Faceva parte della “cupola” della “nuova al-Qaeda” del post Bin Laden: al-Qaeda 2.0. Qasim al-Rimi, comandante di al-Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), è stato ucciso dagli Stati Uniti durante un raid in Yemen. «Sotto al-Rimi, al-Qaeda nella Penisola arabica ha commesso atti di violenza inconcepibile contro i civili in Yemen e ha cercato di condurre molti attacchi contro gli Stati Uniti e le nostre forze», ha twittato il Presidente Usa, Donald Trump. «La sua morte indebolisce ulteriormente al-Qaeda nella Penisola arabica e il movimento globale di al-Qaeda, e ci avvicina all’eliminazione delle minacce che questi gruppi rappresentano per la nostra sicurezza nazionale», ha aggiunto. Trump non ha fornito informazioni sulla data del raid aereo che ha portato all’uccisione di al-Rimi, ma nei giorni scorsi il New York Times aveva anticipato la notizia della morte di al-Rimi a gennaio.

Il fondatore e leader di al-Qaeda in Yemen era in cima alla lista dei terroristi più pericolosi e su di lui pendeva una taglia da 10 milioni di dollari. Nato in Yemen e addestrato nei campi di al-Qaeda in Afghanistan, al-Raymi, 41anni, era stato in carcere per cinque anni con l’accusa di aver pianificato l’uccisione dell’ambasciatore americano nel Paese. Il 3 febbraio del 2006, assieme ad altri 23 militanti di al-Qaeda, al-Raymi riuscì a evadere da un carcere dello Yemen. L’anno dopo si parlò di lui come uno dei responsabili dell’attentato contro un gruppo di turisti diretto verso un sito archeologico nella provincia di al-Marib. Le nove vittime erano sette spagnoli e due yemeniti. Nel 2009, le autorità di Sanaa lo hanno indicato come il responsabile di un campo di addestramento di al-Qaeda nella provincia di Abyan. Al-Qaeda nella Penisola arabica è considerata la branca più pericolosa dell’organizzazione, assieme a quelle che opera nel Maghreb e nel Sahel e la scorsa settimana ha rivendicato l’attacco alla base militare di Pensacola, Florida, condotto da un allievo saudita lo scorso dicembre.

Esulta The Donald, ma al-Qaeda 2.0 è tutt’altro che debellata. In origine, l’organizzazione terroristica di Osama bin Laden aveva fatto dell’Afghanistan, in mano ai compiacenti Talebani, il proprio feudo territoriale: lì i qaedisti avevano i loro campi di addestramento, lì avevano trovato rifugio e protezione i vertici dell’organizzazione terroristica. Fino alla sconfitta militare venuta al seguito della reazione americana all’11 settembre. Ma proprio sulle macerie afghane, al Qaeda ha ridefinito se stessa, trasformandosi da organizzazione centralizzata in un sistema a rete. Una piovra dai mille tentacoli, e per questo più insidiosa, difficile da contrastare.

«Quasi nove anni dopo l’uccisione di Osama bin Laden, al-Qaeda è numericamente più grande e presente in più paesi rispetto a qualsiasi altro momento della sua storia», rimarca l’analista statunitense Bruce Hoffman. «Dall’Africa nord-occidentale al sud-est asiatico, al-Qaeda è stata in grado di mettere insieme un movimento globale di circa due dozzine di franchising locali», ha scritto Hoffman in un’analisi per il Council on Foreign Relations con sede negli Usa. Una tesi che trova d’accordo altri analisti. Hoffman calcola che al-Qaeda, può contare oggi su 10.000-20.000 combattenti in Siria, 7.000-9.000 in Somalia, 5.000 in Libia, 4.000 in Yemen, un numero simile diffuso in tutto il Maghreb e il Sahel, 3.000 in Indonesia e circa 1.000 nell’Asia meridionale.

«A qualunque livello al-Qaeda abbia imparato dai suoi errori e modificato la sua strategia, i recenti adattamenti del gruppo lo rendono più pericoloso e potenzialmente più attrattivo», annota Thomas R. McCabe, ex analista di antiterrorismo del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Una minaccia incombente che resta tale anche dopo l’eliminazione di Qasim al-Rimi.