Minori e disabili a rischio, le storie di Ciro e Giulia. Preti scrivono al presidente della Campania Vincenzo De Luca e criticano il governo per la scarsa attenzione mostrata nella cosiddetta fase 2 verso le istituzioni religioso e verso le numerose attività che svolge il terzo settore.

“Ci domandiamo se per i tanti Ciro, se per le tante Giulia, se per i tanti marginali del nostro Paese la reclusione forzata sia l’unica strada possibile”. Lettera al presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca inviata dal vescovo di Cerreto Sannita-Sant’Agata de’ Goti-Telese, monsignor Mimmo Battaglia, e dal direttore della Fondazione Centro educativo diocesano Regina Pacis di Quarto (diocesi di Pozzuoli), nonché cappellano del carcere minorile di Nisida, don Gennaro Pagano.

“La crisi che viviamo è tutt’altro che ‘democratica’, è un moltiplicatore delle diseguaglianze, che rende poverissimo chi era povero, disperato chi era scoraggiato, invisibile chi era poco visto” si legge nella missiva che racconta le storie di Ciro e Giulia.

Ciro ha 7 anni ed è un bambino che vive in un quartiere della periferia occidentale di Napoli. E’ chiuso in casa da quasi due mesi e non viene seguito in modo adeguato dai suoi genitori (il papà è attualmente detenuto), che in passato “lavoravano di notte al mercato fiorente dello spaccio domestico spesso dimenticandosi al mattino di svegliare il figlioletto e mandarlo a scuola”.  Ciro, che ogni pomeriggio era seguito dagli educatori del Progetto Integra della Fondazione Regina Pacis (che quando non lo vedevano arrivare lo andavano a prendere fin dentro casa), “non è accompagnato adeguatamente nella didattica a distanza e si troverà al termine di questo caos in una posizione di enorme svantaggio socio-culturale”.

Un’altra storia che il vescovo Battaglia e don Gennaro portano alla luce è quella che arriva dalle strutture e dai progetti per disabili gestiti dalle cooperative iCare e Regina Pacis attualmente chiuse senza conoscere, ragionevolmente, quando e come potranno riaprire. E’ la storia di Giulia, mamma di un giovane autistico. La donna nei giorni scorsi ha inviato una lettera-sfogo: “Ho un ragazzo autistico che ha perso tutto quel poco al quale è interessato. L’unico suo sfogo che posso garantirgli è quello di sfidare tutti e mettermi in macchina per strade solitarie, con tutte le cautele, facendogli ascoltare la musica che preferisce. Tuttavia ho un’ansia che diventa sempre più forte perché i controlli sono tanti e non sempre c’è chi capisce la situazione. Mi sento tanto scoraggiata”.

L’invito che i due preti rivolgono a De Luca e “se nel 2020 riusciremo a pensare ad altre soluzioni di convivenza sociale, capaci di coniugare le esigenze della salute corporea con quelle della salute mentale e spirituale degli individui e della comunità intera. Il rischio, in caso contrario, è che la cura faccia più male della malattia”.

Per i due firmatari della missiva a De Luca, “la crisi che viviamo è tutt’altro che ‘democratica’”, “è un moltiplicatore delle diseguaglianze, che rende poverissimo chi era povero, disperato chi era scoraggiato, invisibile chi era poco visto”.

LA LETTERA INTEGRALE INVIATA AL PRESIDENTE DE LUCA

Caro Onorevole,

in questo tempo difficile e complesso, in cui la immaginiamo sommerso dal lavoro e al centro di innumerevoli sfide politiche e sociali, le scriviamo per rivolgere a lei e all’intero Governo Regionale un pressante appello circa la condizione dei minori a rischio e delle famiglie con ragazzi disabili. Facendo seguito ad un precedente appello rivolto al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, on. Nunzia Catalfo, vogliamo condividere anche con lei la preoccupazione e le angosce inerenti le persone più fragili e a rischio di marginalità sociale.

Ormai è chiaro a tutti che la crisi che viviamo non è più esclusivamente sanitaria ma è anche – e soprattutto – psicologica, sociale, economica, democratica. Ci permetta l’utilizzo di quest’ultimo aggettivo: la restrizione forzata di alcune libertà individuali sancite dalla nostra Costituzione, seppur ci accomuna tutti nel sacrificio e nella fatica della rinuncia, non ci vede tutti uguali dinanzi alle conseguenze che essa comporta.

Pensiamo ad esempio, a Ciro, bambino di sette anni, abitante di un quartiere periferico di Napoli, che vive oramai chiuso in casa da quasi due mesi, condividendo con tutti i bambini il diniego costante a un tuffo nell’aria soleggiata dei giardini pubblici, alla frequenza quotidiana della scuola, al ritrovarsi con gli amici e con gli educatori del Progetto Integra che frequentava ogni pomeriggio. Se tutto ciò è comune denominatore della vita pandemica di tutti i piccoli, Ciro ha una peculiarità che lo distingue: come molti dei suoi coetanei che seguiamo – attraverso i nostri centri diurni per minori, le cooperative e le associazioni operanti nell’intera regione della Campania – non è accompagnato adeguatamente nella didattica a distanza e si troverà al termine di questo caos in una posizione di enorme svantaggio socio-culturale.

Già in passato, immagini che molte volte i suoi genitori, dopo aver lavorato di notte al mercato fiorente dello spaccio domestico (che in questo periodo non si è affatto fermato, limitandosi a trasformare il servizio take-away in consegna domiciliare e attrezzandosi con presidi invidiabili perfino agli ospedali-covid), si dimenticavano di svegliarlo e di mandarlo a scuola: figuriamoci quanto ora possano realmente riuscire a incentivare e a seguire il rapporto telematico con gli insegnanti.

Ciro è solo uno dei bambini che seguiamo, ma dietro al suo nome vi sono diversi piccoli che vivono in famiglie multiproblematiche, segnate dal maltrattamento e dall’incuria. Lui, come questi altri, trovava nell’incontro con qualche docente e nel rapporto quotidiano con i nostri educatori – che quando non lo vedevano arrivare lo andavano a prendere fin dentro casa – uno spazio pulito in cui scenari diversi di vita gli si aprivano dinanzi, dando materia alla fantasia e desiderio a un futuro diverso e possibile. Questa cosa gli permetteva anche di entrare in contatto con adulti significativi esterni alla famiglia, che diventavano per lui lo sguardo vigile della comunità che – pronta a cogliere segnali di disagio, difficoltà, maltrattamento, abuso – gli impediva di diventare invisibile.

Quanti Ciro, quanti bambini invisibili in questi giorni di pandemia! Quanti minori abbandonati a sé stessi stanno vivendo i loro drammi in un oscuro silenzio! Quanti bambini di giorno in giorno vedono ridursi il loro campo di scelta, immaginando la loro vita possibile solo tra le braccia della criminalità organizzata, che nelle loro case è più presente della società civile e dello Stato stesso! Conoscendo bene le realtà degli Istituti Penali per Minori di Airola e Nisida, siamo consapevoli che dietro la carriera deviante di un minore non c’è solo un problema familiare ma anche l’assenza assordante di una comunità più vasta! Quanti giorni ancora dovranno passare prima che ci sia qualcuno che ritorni a guardare i tanti Ciro sparsi nella nostra Regione con l’attenzione dell’amore disinteressato e la necessaria competenza della professionalità psicopedagogica?

Occupandoci anche di inclusione sociale e lavorando ogni giorno anche con ragazzi disabili, la nostra preoccupazione riguarda anche le loro famiglie. Da oltre un mese le strutture e i progetti per disabili gestiti dalle cooperative iCare e Regina Pacis sono chiusi e non si sa, ragionevolmente, quando e come potranno riaprire. Sappiamo che queste realtà a noi tanto care – non foss’altro perché i ragazzi speciali che le frequentano fanno ormai parte della nostra vita – condividono la stessa sorte di tante altre comunità e dei numerosi centri socio-educativi per disabili sparsi sull’intero territorio regionale e nazionale. Non stiamo qui a dirle il nostro personale dolore nel pensare alla sorte di tanti ragazzi e delle loro famiglie (unitamente a quella dei professionisti che vi lavorano), non solo esasperate per una reclusione forzata che pesa il centuplo nel loro caso, ma anche impaurite dal clima a volte surreale che si respira nelle nostre strade. Giulia, l’altro giorno ci ha scritto: “Ho un ragazzo autistico che ha perso tutto quel poco al quale è interessato. L’unico suo sfogo che posso garantirgli è quello di sfidare tutti e mettermi in macchina per strade solitarie, con tutte le cautele, facendogli ascoltare la musica che preferisce. Tuttavia ho un’ansia che diventa sempre più forte perché i controlli sono tanti e non sempre c’è chi capisce la situazione. Mi sento tanto scoraggiata”. Quanti di questi genitori vivono nello sconforto, nella solitudine e non di rado nella disperazione più totale!

Quanti, anche in questi giorni, per l’estrema necessità della salute psichica dei propri figli sono costretti, di nascosto, ad uscire di casa, sentendosi però impauriti dai modi inquisitori e dai toni minacciosi che talvolta utilizzano alcuni esponenti delle forze dell’ordine – alla cui maggioranza va la nostra gratitudine per il servizio quotidianamente svolto in favore della collettività – esasperando in tal modo il malessere sociale già enormemente diffuso! Quanto ancora dovrà vedere aumentare il suo carico di sofferenza chi già soffriva, quanto vedrà crescere il proprio tempo della disperazione chi, a questa “pratica” indesiderata del patire interiormente per i propri figli, dedicava già molte ore delle sue settimane?

Come vede, caro Governatore, la crisi che viviamo è tutt’altro che “democratica”. Non è la livella di Totò ma piuttosto è un moltiplicatore delle diseguaglianze, che rende poverissimo chi era povero, disperato chi era scoraggiato, invisibile chi era poco visto.

Ci domandiamo se per i tanti Ciro, se per le tante Giulia, se per i tanti marginali del nostro Paese la reclusione forzata sia l’unica strada possibile. Non siamo scienziati e neanche degli amministratori ma ci domandiamo se nel 2020 riusciremo a pensare ad altre soluzioni di convivenza sociale, capaci di coniugare le esigenze della salute corporea con quelle della salute mentale e spirituale degli individui e della comunità intera. Il rischio, in caso contrario, è che la cura faccia più male della malattia!

Ci domandiamo anche, e non per deformazione professionale – ci creda – se un visone più spirituale dell’esistenza non possa aiutare tutti noi in questo momento complesso e drammatico in cui la paura della morte e la dittatura dell’economia mortifera ci ha tutti ingabbiati e asfissiati.

Chissà che nel silenzio di una chiesa o di un altro luogo di culto e di cultura – che speriamo possano presto essere considerati come “servizi essenziali” capaci di riempire il vuoto che il pane non può colmare – qualcuno di noi non trovi quel coraggio necessario a superare la paura della morte, scoprendo che è l’amore che rende vivi, che è la fiducia che rende audaci, che è la verità che rende liberi.

Assicurandole ogni giorno il ricordo nella preghiera per lei e per tutti i governanti, le porgiamo i nostri più cordiali saluti.