Lo scenario fotografato dall'economista
Guerre e crisi, Arfaras: “A marzo petrolio basso grazie alla riserve della Cina, ora è diverso. Gas russo? L’acquisto diventerà inutile”
«È difficile che il meccanismo tenga ancora», Giorgio Arfaras, economista del Centro Einaudi, osserva dal lato economico e finanziario questi primi step di una seconda fase della guerra contro l’Iran.
Arfaras, ricomincia la guerra. È di nuovo panico per la finanza?
«A fine febbraio, i mercati hanno pensato che si sarebbe arrivati a una soluzione. Di conseguenza, scontavano più il futuro che il presente. C’era una visione ottimistica degli eventi. Probabilmente nata da una sottovalutazione dell’impatto. Oggi sappiamo che non è solo l’apertura o meno di Hormuz a determinare il ritorno alla normalità. Ma anche la ricostruzione dei pozzi bombardati. L’industria chimica è stata devastata. I porti pure».
Mesi fa si temeva il greggio a 200 dollari e il crollo dei mercati. Non andata così. Ci sono state delle perdite, d’accordo, ma ragionevoli.
«Perché c’erano le riserve cinesi (circa 25,1 miliardi di barili di greggio, Ndr). Mettendovi mano, Pechino ha agito sulla domanda per compensare gli effetti di una minore offerta. Il modello ha funzionato. Ma è a termine. Prima o poi, la Cina smetterà di usare queste riserve. Un po’ perché ritiene utile tenersele. Un po’ perché potrebbero ridursi. La stessa cosa vale, in misura minore, per altri Paesi».
Quindi, fino a oggi c’è andata bene grazie alla Cina. Ma se la guerra riprende?
«Più a lungo dura questa seconda fase – che resta tutta da vedere – più è probabile che questo salvagente si sgonfi. Con le ovvie ricadute sull’economa globale».
Quindi è per questo che Trump ha chiesto a Netanyahu di non reagire agli attacchi iraniani?
«Può essere. D’altra parte, l’interesse di Israele a un prezzo basso del petrolio, com’è per tutte le economie, confligge con il suo istinto di sopravvivenza».
Gli iraniani invece?
«Teheran aspetta che il mercato petrolifero si riprenda. È la sua fonte principale di entrate. Nemmeno il regime può tirarla troppo per le lunghe. Il problema è come bilanciare la questione militare con quella economica. Gli Ayatollah si sentono in dovere di proteggere i loro proxy. Infatti, l’attacco viene anche dallo Yemen. Gli Houthi stanno avendo un ruolo in questa offensiva. Bisogna capire quanto convenga in fatto di numeri».
Ancora una volta, la mossa sta agli Usa di Trump. I mercati asiatici gli hanno fatto capire cosa fare. Il consumatore americano lo aspetta al varco del voto. Chi ci guadagna davvero è la Russia.
«Mosca si sta comportando come la Cina. Prima della guerra in Ucraina, il 40% del bilancio pubblico russo veniva dalla vendita di materie prime. Nel momento in cui le sanzioni hanno bloccato petrolio e gas, ne ha risentito il bilancio pubblico. Cos’hanno fatto allora i russi? Hanno finanziato le spese di guerra e compensato le sanzioni mettendo mano al loro fondo sovrano. Le cui entrate oggi si sono ridotte parecchio».
Il Segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, però ha detto che le sanzioni dell’Ue alla Russia sono state inutili. È vero?
«No. Lo dimostra il fatto che tutta una serie di attività che tenevano “vivace” l’economia russa è venuta meno. Oggi manca il trasferimento tecnologico dall’Europa a Mosca. Ora, se questa tecnologia fosse sostituibile con quella cinese, per Putin vorrebbe dire consegnarsi a Pechino più di quanto stia già facendo. Quando sono nate, le sanzioni avevano l’obiettivo di fare pressione sulla classe dirigente russa. Non erano definitive. L’Europa non voleva essere odiata dai russi. Sono arrivate a così tanti pacchetti perché sono state articolate nel tempo, diventando via via più complesse e difficili. Tant’è che Putin oggi chiede di tagliare le spese pubbliche che non servono alla guerra. Che però sono anche quelle che mantengono in piedi il consenso».
Ora però l’Europa, per colpa della guerra in Iran, pensa di tornare a comprare gas russo.
«Ma la produzione di Gnl sta aumentando ovunque. Si arriverà a rendere inutile l’acquisto di gas russo anche in caso di pace. Non se ne rende conto, ma l’Europa ha tante carte per poter negoziare».
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