Il costo salato di Epic fury
Guerra all’Iran, gli Usa hanno sparato troppo. Batacchi: “Arsenali a dura prova, il rimpiazzo non sarà veloce”
Parla il direttore di Rivista italiana difesa: “Riserve di Tomahawk stressate. Il piano di accelerazione non sarà immediato, servono anni per colmare il gap”
Epic fury è costata tantissimo. La seconda guerra in Iran ha pesato – e lo sta ancora facendo, come si sa – sull’economia mondiale, sul consumatore americano e sullo stesso Pentagono, che oggi si ritrova a corto di munizioni. Pietro Batacchi, direttore di Rid – Rivista italiana difesa, ci aiuta a fare il bilancio di cosa sia rimasto nella santabarbara Usa. Numeri alla mano, emerge che il voto contrario del Congresso alla ripresa della guerra ha il significato politico di ostilità al presidente Trump, ma anche quello strategico. Con gli arsenali del Pentagono vuoti, è tutto l’Occidente a essere esposto.
Batacchi, è davvero così? La prima superpotenza militare al mondo ha sparato troppo?
«La guerra in Iran ha posto un serio attrito rispetto a quelli che sono gli arsenali americani. Nei primi 16 giorni di guerra, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa il 40% dell’arsenale di intercettori di sistemi antimissile Thaad (Terminal high altitude area defense), il 46% di missili Atacms (Army tactical missile system), Precision strike missile e, sempre in quella fascia temporale, il 27% di missili standoff aria-superficie Jasm (Joint air-to-surface standoff missile). Quindi sì, gli arsenali sono stati messi a dura prova».
E non è possibile un rimpiazzo in tempi rapidi?
«Certo non entro la fine dell’anno. A titolo di esempio, nel 2024 sono stati prodotti 60 Tomahawk. Nel 2025, la produzione è cresciuta lievemente. Ne sono stati consumati 856, però. In pratica un quarto della disponibilità totale del Dipartimento della Guerra. A gennaio scorso, sono stati siglati gli accordi settennali con Raytheon e Lockheed Martin per il potenziamento produttivo di Patriot, Thaad e Tomahawk. Tuttavia, il ramp up vero inizierà tra uno o due anni. Al netto delle materie prime necessarie per la produzione, su cui pesano le restrizioni cinesi. Le terre rare sono insostituibili per la missilistica e i motori aeronautici. Quindi il piano di accelerazione non sarà immediato».
Quali sono le riserve più stressate?
«I Tomahawk soprattutto. Se avvii la produzione il prossimo anno, e tenuto conto che riesci a farne 200 l’anno, stima molto ottimistica, colmi il gap di questo conflitto tra quattro anni. Senza considerare la richiesta dell’export di Paesi che i Tomahawk li hanno già acquistati. Vedi il Giappone. Lo stesso vale per i missili Patriot. Ancora nei primi 16 giorni di guerra, gli alleati arabi del Golfo hanno tirato sull’Iran 1.285 Patriot Pac-3, pari al 30% dei loro stock. Questo vuol dire che anche gli arsenali non degli Stati Uniti sono stati toccati».
Quindi il no del Congresso alla ripresa delle ostilità ha un senso operativo oltre che politico.
«I numeri spiegano perché agli americani convenga fermarsi».
Con le ricadute prevedibili sull’Europa e Israele, però.
«Una guerra con i consumi come questa mal si concilia con le necessità europee. Si è visto in Ucraina, dove Zelensky ha denunciato la mancanza di forniture ancora a ostilità aperte. Israele è un caso a sé. I rapporti con Washington viaggiano sempre su una corsia privilegiata».
Anche Taiwan si trova in una situazione critica.
«In questo caso abbiamo a che fare con un Paese che è anche fornitore degli Usa. Chip nello specifico. Però si prevede che, da qui a tre anni, Tsmc Arizona (la controllata della corporation taiwanese, ndr) possa compensare eventuali mancanze della casa madre. Nel caso di Taipei, inoltre, c’è la variabile indipendente delle pressioni cinesi. Trump ha messo in stand by la fornitura di 15 miliardi di dollari (il pacchetto prevede Patriot Pac-3, per il sistema di difesa aerea Patriot e sistemi missilistici terra-aria Nasams, ndr). Di fatto, con questa guerra si rischia di compromettere la sicurezza della catena di alleanze Usa. Per rimpiazzare i consumi, hai bisogno di tempo».
Lo stop and go favorisce l’Iran?
«A una prima lettura sì. Tuttavia, bisognerebbe capire la capacità di produzione residua che ha ancora il regime. Alcune delle cosiddette città missilistiche sotterranee pare che siano rimaste intatte. I raid Usa e israeliani non sono riusciti a raggiungerle perché scavate in profondità. Però non si sa quanta della disponibilità missilistica sia rimasta nascosta, rispetto a quella in superficie, che è stata utilizzata, oppure annientata. L’Iran disponeva di stock importanti. Oggi si presume che le capacità residue siano in grado di porre un attrito di bassa intensità, ma duraturo. Quindi il rischio non è militare, ma politico ed economico».
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