Come da copione i Cinque stelle portano a casa la vittoria referendaria, che sempre da copione serve a coprire la sconfitta nelle diverse regioni dove il movimento crolla e non conquista neanche una presidenza. Tutto previsto. Ma per Luigi Di Maio questa è un’argomentazione di poco conto, rispetto al fatto di poter dire di aver vinto. Ed effettivamente il 70 per cento di Sì è un bel risultato che però deve fare i conti con diversi “ma”.

Il primo “ma” riguarda la tenuta dello stesso movimento, ormai spaccato in due: da una parte il ministro degli Esteri e Marco Travaglio (vero capo politico dei grillini) che vogliono l’alleanza con il Pd; dall’altra l’ala dura e pura di Alessandro Di Battista che si è schierato in maniera netta contro Zingaretti e compagni e che in Puglia ha detto chiaramente no al voto disgiunto beccandosi una sonora sgridata del direttore del Fatto quotidiano. A ottobre ci sarà l’assemblea, ancora non si sa bene con quali modalità: se sarà un vero congresso, a tesi contrapposte, o se invece si farà di tutto per non far emergere le divisioni. A questo punto però è molto difficile anche perché la candidata al ruolo di guida politica, Chiara Appendino, è stata condannata a sei mesi per falso in atto pubblico e si è subito sospesa dal movimento (non dal ruolo di sindaca). Il secondo “ma” riguarda invece il futuro, non tanto del governo, che esce stabile da questa tornata elettorale, quanto del progetto politico dei grillini. Non quindi le alleanze, ma i contenuti con cui i Cinque stelle vogliono continuare a proporsi agli italiani. Qui le idee sembrano molto confuse. E in mancanza di una proposta seria e articolata Di Maio non fa che perseguire l’unica certezza. Dopo il taglio dei parlamentari, adesso è la volta del taglio degli stipendi dei parlamentari. L’unica strada per loro è e resta quella populista, quella che più che affrontare le sfide di un Paese in crisi, tenta di parlare non alla testa ma alla pancia delle persone. E ci riesce.

O meglio ci riusciva. Siamo così arrivati al terzo ma, che emerge dal risultato ottenuto dal No. Una sconfitta certo, ma che non è stata clamorosa come si pensava all’inizio della campagna referendaria, quando si parlava del 90 per cento di cittadini favorevoli alla riforma costituzionale. In poco tempo, e senza nessuna forza partitica che facesse davvero campagna per il No, chi si opponeva ha raggiunto un trenta per cento di tutto rispetto. Vuol dire che quasi un cittadino su tre si è fermato, ha ragionato e pur incalzato dalle ragioni del risparmio ha creduto nel valore della democrazia e della rappresentanza. Non poco, se si pensa al clima che per decenni abbiamo vissuto in Italia e che ha portato al successo dei Cinque stelle.

Ma è ancora così? Il combinato disposto del risultato elettorale e di quello referendario forse ci raccontano un’altra storia. Di una fase che nel momento del suo massimo fulgore – governo blindato, referendum vinto, silenzio sulla sconfitta elettorale – rischia di rivelarsi l’apice della bolla che ha fin qui circondato i Cinque stelle. La vittoria di ieri sarebbe allora non la bandiera di un futuro roseo, ma il canto del cigno di un populismo che sta per iniziare la sua discesa. Quel trenta per cento conquistato dal No, contro tutto e tutti, indica questa lettura: i Cinque stelle per come li abbiamo conosciuti finora sono arrivati al capolinea. Un bel traguardo, con tanto di brindisi, ma che rischia di essere l’ultimo prima di una lunga e fragorosa caduta.

Qui la palla, che in questo scontro è rimasta a centrocampo, torna al partito di Zingaretti, anche lui esultante per l’insperata vittoria in Toscana e in Puglia. Si rafforzano la sua leadership e il governo, ma i problemi restano tutti in piedi, a partire da quale direzione dare al partito. Ieri, subito dopo i primi dati, il segretario dem ha ribadito la volontà di continuare l’alleanza con i 5 stelle, ha detto che se si fossero alleati avrebbero vinto ovunque ed è sembrato sinceramente soddisfatto della vittoria per il Sì. Ma è proprio quella vittoria che gli crea più problemi con i suoi e con il suo elettorato. Bisognerà leggere bene l’analisi del voto, di chi ha votato a favore e di chi contro, ma molti dirigenti erano contrari alla riforma costituzionale fatta in questo modo e ancora di più lo saranno domani rispetto alla proposta di Di Maio di tagliare gli stipendi dei parlamentari. E c’è un fatto inconfutabile: là dove i dem e i 5 Stelle hanno corso insieme, in Liguria con Ferruccio Sansa, hanno rumorosamente perso. Altro che alleanze!

La strada da scegliere è se cavalcare l’ultima onda del populismo grillino o se invece virare verso una strada più riformista. Da questa domanda e dalla risposta che verrà data dipende molto del futuro dei dem. Intanto c’è quel popolo del trenta per cento, trasversale e non strettamente partitico che ha voluto dire no al populismo. Un monito anche per il Sì, soprattutto per quel Sì dem molto poco convinto, quando si entrerà nel vivo del dibattito sulla nuova legge elettorale. Saranno in grado di garantire la rappresentanza di tutte le aree geografiche e di tutte le realtà? Si riuscirà a non consegnare il Paese nelle mani dei capibastone? Una bella sfida per loro e per il Paese. Ma forse con una luce in fondo al tunnel: la fase del populismo grillino sta per giungere al capolinea o almeno si iniziano a vedere i segnali. Ma il terreno di mobilitazione per il No non deve essere abbandonato a se stesso.