Si chiamano Certificati di compensazione fiscale e sono, nei fatti, una moneta parallela all’euro senza valore legale ma con valore materiale che il Movimento 5 Stelle vorrebbe introdurre nel paese. Non si tratta di un progetto che gira su Rousseau o su qualche chat interna dei gruppi parlamentari. È un progetto di legge (n°2075) composto di 5 articoli che i deputati Cabras, Nesci, Romaniello, Maniero e un’altra dozzina di colleghi di Movimento hanno depositato in Commissione Finanza alla Camera. E di cui pretenderebbero anche un esame veloce forti del fatto che nel dicembre 2019 il governo ha dato parere favorevole all’ordine del giorno Cabras che «impegna il governo all’istituzione dei Certificati di compensazione fiscale che incorporano il diritto, con decorrenza biennale dalla data di emissione, alla compensazione per obbligazioni finanziarie verso le amministrazioni pubbliche, contabilizzati come crediti d’imposte non pagabili che rilevano ai fini della contabilità di Stato solo alla data della compensazione e per la quota effettivamente utilizzata».

Nella relazione del Servizio studi della Camera si legge anche che i Ccf non sono un inedito assoluto. Analoghe emissioni sono avvenute negli anni Trenta in Germania (quindi dopo il tracollo di Weimar e nel periodo di incubazione del nazismo) e più volte in California. L’ultima nel 2009. Nel fascicolo della proposta di legge i firmatari spiegano anche, con toni a dir poco entusiasti, che i «Ccf sarebbero in grado di creare la liquidità di cui il sistema economico è stato privato in anni di politiche di austerity». In questo modo il Governo «potrebbe riprendere il controllo della sua politica monetaria senza infrangere le regole della zona euro». Insomma, «una più ampia capacità di manovra in termini di politica monetaria senza pregiudicare – assicurano – l’esistenza dell’euro e la permanenza dell’Italia nell’eurosistema». La materia è certamente molto tecnica e tratta di strumenti finanziari di cui non esistono precedenti in Italia (tranne forse il Sardex). La presidenza della Commissione Finanze, da luglio affidata a Luigi Marattin (Iv), non vuole commentare nel merito la proposta e parla genericamente di un «comitato ristretto che a breve sarà nominato per valutare modalità ed effetti dei Ccf».

Di proposte ne arrivano tante – è il senso – una più, una meno non cambia e i Ccf non sembrano in grado di sovvertire l’ordine delle priorità. Il deputato Alessandro Cattaneo (Fi) mette le mani avanti e avverte che «gli organismi tecnici, dal Mef a Banca d’Italia passando per la ragioneria, hanno già bocciato senza se e senza ma la curiosa iniziativa». Oltre ad essere una «passività in più per i conti pubblici al pari di altri titoli di stato», l’introduzione della moneta fiscale «avrebbe negative ripercussioni di carattere reputazionale presso i potenziali sottoscrittori dei titoli del debito pubblico». Una bocciatura netta, insomma. Sufficiente a buttare la pdl nel cestino o sotto una montagna di scartoffie e non pensarci più. Invece è ben salda in Commissione.

In recenti dichiarazioni pubbliche, il deputato Alvise Maniero (M5s), ne ha spiegato le meravigliose doti progressive: «Sono vere e proprie obbligazioni emesse dal Mef trasferibili e negoziabili su base fiduciaria attraverso le quali il contribuente può compensare pagamenti alla pubblica amministrazione». Qualcuno li paragona ai minibot, cavallo di battaglia di sovranisti e nazionalisti, che Mario Draghi ancora ai vertici della Bce bollò come “illegali”. I Ccf erano il punto 2 del Programma esteri nel contratto del governo giallo verde. Il Conte 2 ha ereditato dal Conte 1 il malloppo e i 5 Stelle, una parte almeno e per l’appunto quella contraria all’utilizzo del Mes, non sembrano avere intenzione di mollare. Anzi. Nella loro narrazione saranno lo strumento per dare soldi a chi non ne ha. I 5 Stelle ci hanno già provato con la povertà “abolita” dal reddito di cittadinanza. Ora l’obiettivo è combattere la mancanza di liquidità.

Come ha già scritto Banca d’Italia anche solo nominare i Ccf crea «un danno reputazionale al paese». Sono motivo di discredito e inaffidabilità in Europa, sentimenti da evitare in un momento in cui saranno invece Bruxelles e le casse del bilancio europeo a dare fiato, speranza e ripresa al paese con le varie linee di credito garantite, dal Sure al Mes fino ai 209 miliardi del Recovery fund. Invece l’Italia, che nel 2021 porterà il rapporto deficit/pil al 158 per cento, si permette di ragionare su una moneta parallela all’euro proposta da un partito di governo che è maggioranza in Parlamento. Il cui leader e fondatore Beppe Grillo va proprio a Bruxelles a spiegare che «il pil è un abbaglio», l’unica cosa veramente utile è «il reddito universale», il Recovery fund persino «dannoso perché crea debito». I Parlamenti poi, sono vecchi e superati. Il presente e il futuro sono “la democrazia diretta”.