«L’industria competitiva c’è. I campioni dell’eccellenza non mancano. In Campania ci sono aziende che si distinguono per tipicità e qualità delle produzioni, per tecnologia e quoziente d’innovazione, per capacità di stare sui mercati internazionali. Ma il Mezzogiorno non ha bisogno solo di fondi, ma di una visione strategica di lungo periodo». Parla Gianclaudio Iannace, laurea a Napoli in Scienze politiche, Mba alla Bocconi, dirigente d’azienda e imprenditore. L’ultima iniziativa è il primo ecommerce delle biomasse ed energetiche dei prodotti e dei servizi collegati b2b e b2c.

Il recente risultato elettorale nel Mezzogiorno premia la continuità. I governatori di Campania e Puglia hanno rafforzato la loro posizione. È un vantaggio?
«Può esserlo ma solo a patto che l’effetto del voto non sarà quello di rinchiudersi nei confini, a protezione del consenso ricevuto. Non credo sia il modo giusto per cogliere al meglio l’occasione dei fondi europei del Piano di rilancio».

Cosa si dovrebbe fare invece?
«Agroalimentare, automotive, aerospazio, abbigliamento: parliamo delle 4A su cui si basa la tenuta economica del Mezzogiorno. Se aggiungiamo anche energia, farmaceutica, magari anche agricoltura biologica, sono questi i settori e i comparti più vivaci, promettenti e forti nell’export. Le loro filiere sono interregionali e possono crescere se inserite in una ripresa economica ad ampio raggio, un modello di sviluppo più sostenibile dal punto di vista ambientale e più centrato sull’innovazione».

Per questo occorre che De Luca ed Emiliano dialoghino di più?
«È indubbio che le due regioni sono l’asse più forte dell’economia meridionale. In teoria, insieme costituiscono l’area con maggiori possibilità di ripresa. Per molti versi esse si somigliano. E sarebbe il caso di tenerne finalmente conto».

Si spieghi meglio…
«Entrambe dispongono di una significativa base industriale, con una discreta apertura internazionale, diverse medie imprese di successo, un terziario diversificato. E un’agricoltura e un’agroindustria che presentano ancora molta qualità».

Condividono allo stesso modo molti problemi, però. Non crede?
«Certo, talvolta evidenziamo una fragile tenuta del tessuto sociale e della legalità, in taluni settori una disoccupazione inaccettabile. Ma qui sta il punto. A differenza di Piemonte e Lombardia, Campania e Puglia sono tuttora assai poco integrate economicamente. Gli scambi fra le due regioni sono deboli. E altrettanto dicasi per le forme di collaborazione universitaria, scientifica e culturale. Questo perché ciascuna persegue per suo conto relazioni verticali e internazionali, quel che danneggia entrambe è che le relazioni orizzontali siano scarse».

Quindi rafforzare la dotazione di infrastrutture, portare la banda larga nelle aree industriali, realizzare l’alta velocità Napoli-Bari non è sufficiente?
«Stiamo parlando di una strumentazione di base che è utile e necessaria. Anzi, diciamo pure indispensabile. Ma lo sviluppo è il frutto di scelte economiche e politiche di marketing territoriale. Esse aggiungono alle condizioni obiettive di vantaggio il valore di una visione, il senso di una missione e una chiara direzione di marcia».

Vale a dire?
«È evidente che fra Torino e Venezia esiste il Nord, ossia un’area piena di scambi di tutti i tipi. Fra Napoli e Bari esiste un Sud impalpabile, molto poco denso anche perché oggetto di un lungo fenomeno di spopolamento. Ancora oggi il Mezzogiorno appare spaccato in due dalla dorsale appenninica. E ciò lo indebolisce».

Insomma il Nord esiste come entità geopolitica, il Sud molto meno?
«Il Mezzogiorno è ancora un insieme geografico di aree che per molti versi fanno vita a sé. Il compito di ricostruire relazioni e affari, incroci di culture e occasioni di sviluppo è possibile se c’è la volontà politica che è anzitutto in capo alle istituzioni di questo territorio».