Il disastro del DC9 Itavia del 27 giugno 1980
Il caso Ustica e il declino di libertà e democrazia in Italia
Numerosi sono i passaggi della sentenza penale di Appello su Ustica, firmata da Antonio Cappiello il 15 dicembre del 2005 e validata in Cassazione due anni dopo da magistrati della levatura di Giovanni Canzio e Margherita Cassano, che meritano attenzione perché – al di là del merito della specifica vicenda giudiziaria – prefigurano con molta lucidità le insidie di una amministrazione disinvolta della giustizia, e in definitiva di quello che oggi sta accadendo. Al terzultimo capoverso di pagina 50 della sentenza siglata dal Presidente Cappiello venti anni fa si legge: “Altro è formulare ipotesi e altro è giudicare, e con le prime non si può condannare alcuno pena la fine della democrazia e della libertà”. Ed è quello che oggi sta accadendo: basta scorrere i giornali – nessuno escluso – per rimanere sommersi da uno tsunami di “ipotesi” con le quali si continua a condannare chiunque si sia posto e si ponga fuori dalla narrativa corrente, quella di una guerra aerea non dichiarata, quella di un missile che ha abbattuto il DC9 Itavia quella notte del 27 giugno 1980.
Bersaglio privilegiato restano gli ufficiali dell’Aeronautica, tutti prosciolti con le scuse di Cappiello, tutti però condannati sui media alla riprovazione senza oblio, tutti chiamati ancora oggi a dire quello che sanno e che hanno taciuto. La riprova di tutto ciò, seppure ve ne fosse bisogno? Scorrere sempre gli stessi quotidiani che in questi giorni si stanno occupando di Ustica e scoprire che a sostegno delle “ipotesi” tanto a ragion veduta temute da Antonio Cappiello, si portano le sentenze civili che, come anche precisato dagli stessi giudici, nulla hanno a che fare con la ricerca della verità, e la Ordinanza Sentenza di Rosario Priore che altro non è che un rinvio a giudizio, demolito poi impietosamente in aula. Nessuna traccia della sentenza penale, non ne parla nessuno. Tantomeno coloro che ne invocano la sacralità e il rispetto, se tale è la convenienza del momento.
È frustrante e avvilente dover constatare come nel panorama del giornalismo italiano, tra tutti coloro che hanno firmato i numerosi articoli sulla tragedia di Ustica, nessuno si sia scomodato per dare una scorsa alla sentenza penale definitiva e scoprire che tutte le “ipotesi” formulate – ma proprio tutte – altro non sono che tasselli di presunta verità che non hanno retto in dibattimento e che sono state rubricate come buone “per la trama di un libro di spionaggio ma non per un procedimento giudiziale”. Ecco quindi che i timori di Antonio Cappiello prendono forma. I media condannano sulla scorta di ipotesi certificate come false; le istituzioni, anche di alto livello, non reagiscono o mostrano propensione per assecondare le mistificazioni imperanti. La democrazia e la libertà sono in pericolo? Per fortuna il bicchiere ha anche un’abbondante metà piena. I documenti che Parigi fornirà contribuiranno – si dice e si spera – a non far archiviare il caso. E se una volta tanto la dea bendata volesse metterci una mano, il prosieguo delle indagini potrebbe finire nelle mani di un magistrato coraggioso e onesto come Antonio Cappiello, incurante del clamore mediatico, prono solo al bisogno di giustizia, scrupoloso nella disamina esaustiva di un caso complesso e coraggioso nel trarre conclusioni controcorrente. Oltre che comprensibilmente preoccupato per le sorti della libertà e della democrazia nel nostro Paese.
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