Prima del carcere c’è la pena, e prima ancora il processo. Che è già pena e sofferenza. Per capire, quando si entra in una prigione, che “il detenuto non è il suo reato e nemmeno la sua sentenza”, bisogna sapere che la cosa più bruciante, quella che ti distrugge e a volte uccide è il giudizio sulla tua persona. Su qualcuno che non ti sembra di essere. Su comportamenti che non riconosci come tuoi. Giacinto Siciliano è nato in carcere e poi è diventato “carceriere”. E poi anche imputato. Suo nonno, da cui ha preso il nome, era comandante degli agenti di custodia fin dai tempi della seconda guerra mondiale, suo padre Vito è stato direttore di istituti penitenziari, tra l’altro a Milano, e provveditore regionale.

Inevitabile, o forse no perché in lui c’è un che di poetico che ogni tanto scappa fuori dal rigido servitore dello Stato, che Giacinto Siciliano, nato in carcere, diventasse “carceriere”. Severo direttore di carcere. Poi vede che dietro un fascicolo giudiziario c’è un uomo, che dietro una condanna c’è un giudizio, e che questo giudizio, anche quando serve a condannare un colpevole, può aver sbagliato la mira. Succede quando gli capita qualcosa, qualcosa di violento e ingiusto che lo tiene inchiodato in un processo per nove anni e che non riesce a risolversi nel modo che lui vorrebbe, ma annega in quel mare senza colore e senza sapore che si chiama prescrizione.

Parla di sé come direttore di carcere, quello che tutti conosciamo come un grande riformatore, quello che ha saputo fare dei detenuti “peggiori” di Opera, mafiosi e assassini, degli attori di teatro e degli uomini con un futuro diverso da quello che pareva loro un destino ineluttabile. Ma Giacinto Siciliano vive anche per nove anni, mentre dà il suo animo e il suo corpo al carcere e ai suoi abitanti, la propria vita da imputato. Lo racconta, in una narrazione fluida che non ha bisogno di avere accanto la mano del giornalista-accompagnatore, nel suo libro Di cuore e di coraggio (Rizzoli, diciotto euro). Cuore e coraggio seguono tutto il percorso, che lui ama definire, con un pizzico di civetteria, “storia di una vita normale”. Aggiungendo poi però, “ma non tanto”.

Non c’è vanagloria, nella storia del direttore (oggi a San Vittore, a Milano) Siciliano, ma neanche modestia. Come quando racconta quel che avvenne a Sulmona. Era il 2004 e di quel piccolo carcere si parlava solo per denunciarne i suicidi. Che c’erano stati, nonostante la direzione con l’aiuto di bravi operatori stesse cercando di motivare i detenuti, anche quelli più pericolosi al regime di 41 bis, con iniziative culturali, artistiche e sociali. Si era anche suicidata la direttrice che lo aveva preceduto. Il clima non era dei migliori. La situazione di Sulmona aveva attirato l’attenzione del ministro Roberto Castelli (secondo governo Berlusconi), che era ed è un ingegnere e che, forse proprio perché era a digiuno di diritto e soprattutto non era impelagato nelle diatribe tra avvocati e magistrati, è stato un buon ministro di giustizia, attento e curioso. Così un giorno fece un’improvvisata al carcere di Sulmona preannunciando anche una conferenza stampa. La sorte di Giacinto Siciliano pareva segnata, tanto che anche il suo superiore gli aveva consigliato le dimissioni. Ma lui no. Perché se il cuore è accompagnato al coraggio, ci sono volte in cui si può solo tener duro. E lui seppe spiegare a un gelido Castelli il problema della paura. Disse che la paura stava paralizzando tutti e che solo superandola si sarebbe potuto portare a termine un importante lavoro riformatore per far si che quel carcere non fosse più un buco nero dove si poteva solo morire.

Non ci fu conferenza stampa né dimissioni, e ci fu l’inizio di un rapporto di collaborazione. Quel bagaglio di saggezza Giacinto Siciliano l’ha chiuso nel suo piccolo zaino di servitore dello Stato-viaggiatore. Lo ritroviamo nei dieci anni di Opera, il carcere che è diventato il simbolo dei “peggiori”, per il grande reparto dei detenuti al 41 bis e per i nomi altisonanti dei boss mafiosi che lo hanno abitato. Ma anche perché dentro quelle mura si sono tenuti i congressi di “Nessuno tocchi Caino” e gli Stati generali sull’esecuzione della pena. E si è sentito uno dei più cattivi e irriducibili come Roberto Cannavò, mafioso e assassino, cantare “Minchia signor tenente”, con un inchino finale davanti ai ritratti di Falcone e Borsellino. E pensare che il suo primo incontro con il direttore, proprio il giorno stesso in cui lui aveva preso servizio, si era svolto tra le sue urla “direttore, qua non funziona un cazzo!”. Cannavò, che ho incrociato in qualche direzione di “Nessuno tocchi Caino” era uno del “fine pena mai”, ma un giudice gli ha riconosciuto la “collaborazione impossibile” e oggi è in libertà condizionale, ha una bancarella nel più famoso mercato milanese, quello di viale Papiniano, e aiuta, insieme a un altro ex ergastolano di Opera, i giovani adulti di San Vittore a trovare una buona strada nella loro vita.

Ce ne era voluto di tempo per far capire, a lui e ai suoi compagni, che spettava a loro far capire a tutti che era possibile per loro un’altra vita, che il cambiamento lo volevano davvero, a partire da sé. E sapevano anche affrontare la spinosissima questione del perdono e chiederlo alle vittime. «Ho permesso a tante persone – scrive Siciliano nelle sue conclusioni-… di cambiare direzione alla propria vita. Non ho spinto affinché facessero determinate scelte, ma ho fornito loro gli strumenti per maturarle, perché questo è il mio compito, la mia missione».

Lo ha potuto fare mettendo in discussione se stesso. Con addosso la ferita di quel giorno davanti a un tribunale di Roma in cui era stato trattato come una persona indegna di indossare il suo ruolo. Ma anche la soddisfazione, dopo una testimonianza sul 41 bis al processo Stato-mafia di Palermo, di veder riconosciute le proprie capacità, tanto da sentirsi dire da un rappresentante della pubblica accusa: “Lei è l’esempio dello Stato che funziona”. E si riferiva al fatto che mai si era sentita in un’aula di giustizia la parola di un mafioso detenuto parlare con entusiasmo del direttore, del “carceriere”.

Il libro arriva fino a San Vittore, i laboratori all’interno e l’esperienza “La Nave” sulle tossicodipendenze, e anche la rivolta del 9 marzo di quest’anno. Ma rimane sulla pelle quel che si è subìto, oltre a quel che si è insegnato. Una frase del libro mi pare la più importante: «Nonostante quanto accaduto, questa mia vicenda personale mi ha insegnato molto. Mi ha insegnato a valutare gli uomini per quello che sono e per come si presentano ai miei occhi, per quello che dimostrano con le loro azioni. Mi ha insegnato a valutarli e a dare loro una chance andando oltre quello che è stato detto e scritto in un giudizio comunque espresso o in una sentenza». Li vorremmo tutti così, i direttori delle carceri. Senza che sia necessario, per avere questa sensibilità, passare dal ruolo di “carceriere” a quello di imputato e vittima.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.