Ancora un “flop” della procura di Nicola Gratteri. Non erano mafiosi. E 25 su 27 sono stati assolti, mentre in due sono stati condannati in primo grado per riciclaggio ma senza l’aggravante mafiosa ipotizzata dall’accusa. Parliamo del processo che si è celebrato a Vibo Valentia denominato “Decollo Ter-Money”, nato dalla fusione di due inchieste, una sul narcotraffico internazionale che dal Sudamerica sfociava in Calabria e l’altra sul riciclaggio e un tentativo di scalata di una banca di San Marino.

La prima considerazione da fare è solo apparentemente formale, e riguarda i “soprannomi” che qualche graduato delle forze dell’ordine se non addirittura i pm “antimafia” danno alle inchieste. Proprio pochi giorni fa, con il recepimento definitivo in Senato della direttiva europea sulla presunzione di innocenza, si è detto “basta” a ogni orpello che presenti indagati e imputati come colpevoli. Basta dunque – come esplicitato nell’emendamento del responsabile giustizia di Azione Enrico Costa– al processo mediatico, alle conferenze stampa dei pm, alle intercettazioni spiattellate sui giornali e anche ai nomignoli con cui vengono battezzate le inchieste, che alludono esplicitamente alla colpevolezza delle persone coinvolte nei blitz.

“Money” vuol dire denaro. Quindi battezzare un’inchiesta con questo nome vuol dire alludere non tanto al più ricco dei paperi, quel Paperone nei cui occhi era rappresentato il dollaro, ma alle grandi quantità di danaro dei traffici della mafia. Però questa inchiesta, secondo le giudici Chiara Sapia (presidente), Giorgia Ricotti e Anna Moricca del tribunale di Vibo Valentia che hanno emesso la sentenza, non ha nulla a che fare con la mafia. Al massimo, ma la condanna riguarda solo due persone su 27, si è trattato di riciclaggio. Il che ha comportato due condanne a tre anni e quattro mesi.

Una sproporzione rispetto alla valanga di anni di carcere richiesta dagli uffici del procuratore Gratteri che per alcuni si spingevano fino a 20 anni di reclusione. Ma è giusto come sempre dare al dottor Gratteri solo quel che gli compete. L’inchiesta nasce tra il 2010 e il 2011, quando il capo della Dda di Catanzaro si chiamava Vincenzo Antonio Lombardo. Il processo è iniziato sette anni fa, il procuratore Gratteri l’ha quindi ereditato solo nel 2016 quando è subentrato al suo predecessore. Tutto vero, però le richieste a condanne che andavano da tre a vent’anni le ha fatte il suo ufficio. Il “flop” lo può quindi condividere con il dottor Lombardo, oneri e onori compresi.

Le indagini su un narcotraffico internazionale tra Venezuela Spagna Colombia con destinazione finale la Calabria aveva radici antiche, fin dal 2004, con un primo processo che aveva portato a un certo numero di condanne. Da lì era scaturita l’inchiesta del 2011, con un probabile abbaglio preso dai carabinieri del Ros coordinati dalla procura antimafia di Catanzaro, che hanno attribuito alla ’ndrangheta quella che era una semplice operazione di riciclaggio limitata a due persone, un calabrese, Giorgio Galiano, genero di un narcotrafficante legato alla cosca Mancuso di Limbiati, e Walter Vendemini all’epoca, tra il 2010 e il 2011, direttore generale del Credito sammarinese. Il progetto dei due, ricostruito dalla sentenza di condanna, era quello di dare la scalata all’Istituto di credito, che versava in cattive acque, attraverso l’acquisizione di quote di capitele fino ad assumerne il totale controllo.

Un piano che comportava la possibilità di accedere a una consistente disponibilità di denaro liquido proveniente dal narcotraffico. Ma il problema è che tutto questo nulla aveva a che fare con un’associazione mafiosa. Ciò nonostante la Dda di Catanzaro ha pensato bene di coinvolgere nell’inchiesta con un processo lungo sette anni, il presidente del Credito sammarinese Lucio Amati e altri dirigenti della banca. Tutti mafiosi secondo l’accusa. Tutti innocenti per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, secondo i giudici.

Ed è proprio questo il motivo dei tanti “flop” delle inchiesta del procuratore Gratteri. Continuando a distribuire le patenti di mafiosità, si rischia di fare il lavoro opposto a quell’intenzione di smontare e ricostruire come un lego la Calabria di cui l’alto magistrato si era vantato il giorno del suo insediamento a Catanzaro.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.