Le polemiche che in questi giorni infiammano i social network di commenti al vetriolo danno il senso del clima teso che si respira all’interno del Palazzo di Giustizia di Napoli. L’idea che permane nel comune cittadino è che oramai la giustizia sia ridotta semplicemente a un match tra avvocati e magistrati. Ritengo che lo scontro sia un altro; si finge di non vederlo o non lo si vuole disvelare perché si ridurrebbe a un conflitto puramente personale tra gli avvocati e non alla sacrosanta battaglia che l’avvocatura porta avanti da anni, come si vuole fare credere. Ebbene, la giustizia a Napoli è diventata una sfida social, a colpi di post velenosi che sfociano quasi sempre in un duro attacco alla persona. La comunicazione è un’arma potente per chi la possiede perché riesce a fomentare dall’alto le folle che spesso non conoscono antefatti o che hanno poca memoria.

Quello che preme sottolineare è che, in questa diatriba, chi ci perde è solo l’avvocatura e non certo i magistrati. Si dimentica che, pochi mesi fa, fu stilato un accordo tra l’Ucpi e da dieci Procure italiane nel quale si “barattò” l’appello cartolare in cambio di una pec che consentisse agli avvocati di poter interloquire con gli uffici giudiziari. Nessuno, allora, alzò la voce, nessuno che abbia detto che un simile patto deturpava il secondo grado di giudizio. L’alibi dell’alternativa di poter chiedere il rito orale non regge, perché prestare il fianco alla cartolarizzazione in appello è già di per sé una resa con conseguenze gravissime che sono sotto gli occhi di tutti. Per non parlare dei rumors sul digitale dei quali oggi non c’è più traccia dopo una astensione di tre giorni senza alcun esito.

Troppo sarebbe stato immaginare una protesta concreta degli avvocati in fila davanti le cancellerie per depositare atti a loro firma. Solo silenzio. Oggi, invece, si grida allo scandalo perché la Camera penale di Napoli non proclama l’astensione dopo la presa d’atto della buona fede del collega “ficcanaso” e una palese ammissione da parte dell’Anm secondo la quale il comportamento del giudicante ha di fatto compromesso l’imparzialità dello stesso agli occhi dell’opinione pubblica, per non parlare del ritiro in buon ordine dello stesso relatore ancora prima che venisse ricusato. Che strano mondo è quello dell’avvocatura! Mai ghiotta occasione fu, tanto da scomodare le Camere penali distrettuali del Lazio e il Consiglio delle Camere penali. La potenza della comunicazione!

È indubbio che una riflessione seria debba avvenire perché si è perso di vista l’unico obiettivo che è quello di essere parte attiva al buon andamento e funzionamento della giustizia. Perché ciò avvenga è necessario un dialogo serrato, leale, a volte anche aspro, non un arroccamento sulle proprie posizioni e manovre clandestine per rendere il nemico vulnerabile e disonesto agli occhi degli altri. Si tratta di un percorso lento e faticoso, bisogna lavorare ai fianchi, nelle cuciture, senza perdere mai di vista il vero obiettivo che è quello della tutela dei diritti dei nostri assistiti. Poco tempo fa si protestava per rientrare in Tribunale per esercitare appieno il nostro ruolo; oggi si rivendicano astensioni, ma le battaglie si combattono nelle aule, non disertando. Invece si sposta il problema sulla persona e su chi gira intorno alla stessa, perché  restano mai sopiti i vecchi rancori ai quali oggi bisognerebbe dare un taglio una volta per tutte. Non possiamo certo essere noi, nuove generazioni, a pagarne le conseguenze.

Un’avvocatura seria avrebbe avuto il dovere di costruire una nuova classe dirigente lasciando spazio a tutti, nessuno escluso, avrebbe dovuto incitare alla partecipazione della vita associativa anche come “oppositori” costruendo tutti i giorni e non solo in quello delle elezioni, un progetto, un percorso virtuoso mettendo insieme idee e contenuti, educandoci alla libertà di pensiero e di dialogo. Invece le posizioni personali hanno avuto il sopravvento e ci siamo ridotti a individuare le persone in base alla provenienza e non per quello che sono. Non andremo molto lontano e chi ne uscirà sconfitta sarà sempre la Camera penale di Napoli. Un confronto leale su questi temi sarebbe doveroso da chi oggi con i capelli bianchi dovrebbe indicarci una strada libera da preconcetti.