«La nostalgia a posteriori verso il Pci assomiglia molto al rito fideistico di quelli che nell’antichità anelavano all’età dell’oro. Io, che mi considero un comunista italiano non ortodosso né nostalgico, preferirei che si discutesse del perché dalle ceneri del Pci non è nato un serio partito socialdemocratico, quello che peraltro dalla svolta di Salerno di Togliatti, il Partito comunista italiano era già in essere». A sostenerlo è Luciano Canfora, professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia (Dedalo Edizioni), Tra i suoi libri, ricordiamo: Fermare l’odio (Laterza); Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano (Laterza); Il presente come storia e il recente Europa gigante incatenato (Dedalo).

La nostalgia come spinta al cambiamento. Sostiene Goffredo Bettini in un’intervista a questo giornale: «Qualcuno mi ha definito nostalgico pensando di offendermi. Non credo di esserlo, perché non mi rifugio nel passato come consolazione rispetto a un presente che non mi soddisfa. Piuttosto, considero la nostalgia una carica enorme di cambiamento se si avverte come la speranza, l’anelito, la passione che un tempo ti ha attraversato». In questa chiave, si offende se la definiscono un “nostalgico”?
Io non mi offendo mai, basta che non ci sia una inutile malevolenza. Preferisco vedere nelle osservazioni che mi si fanno sempre qualche elemento utile di critica che uno deve sapere mettere a frutto. Detto questo, la nostalgia come sentimento politico mi è abbastanza estranea, non la condivido né credo che sia una spinta al cambiamento. Vede, nel passato c’era il mito dell’età dell’oro. La storia umana era una caduta progressiva dall’età dell’oro via via fino all’età del ferro che era la più brutale nella quale gli esseri umani si trovavano a vivere. E però, il pensiero utopico che disegnava delle società alternative, guardava all’indietro all’età dell’oro. E quindi aveva nostalgia di un passato, peraltro mai conosciuto, molto positivo, al quale si tentava di ritornare o con la fantasia, utopia puramente letteraria, oppure con dei tentativi rari nel mondo antico che comunque ci sono stati, di creare una sorta di ordine sostanzialmente sotto spinta religiosa. Penso alla rivolta degli schiavi nell’ex regno di Pergamo, quando l’ultimo sovrano, Attalo III, regalò il regno al senato e al popolo romano: 133 avanti Cristo. Scoppiò una rivolta contro questa operazione che era palesemente una forma di oppressione. Chiamare uno forte per tenere ordine. La rivolta scoppiò, ed ebbe protagonisti gli schiavi ma anche tantissimi che non accettavano l’operazione compiuta dal sovrano morente, e il punto di riferimento era la fede nel Sole, erano gli Eliopoliti, il Sole come divinità. Costoro, di cui in verità sappiamo molto poco, avevano una idea di un passato remotissimo in cui le cose erano deliziosamente ordinate e positive, e lo volevano però instaurare sulla terra.

Come finì?
Male. Furono sgominati dopo due-tre anni di combattimenti con i romani, e al posto del regno di Pergamo subentrò la provincia romana d’Asia, governata da pro magistrati, speculatori, peccatores della Repubblica imperiale romana. Nel mondo antico il meccanismo è questo: si evoca, bramandolo, un passato lontano bellissimo, di cui abbiamo vago desiderio, non l’abbiamo vissuto noi ma sappiamo che è esistito, e vogliamo, se ce la facciamo, ripristinarlo. Un meccanismo comprensibile ma del tutto inefficace. Io non sono affetto da questo tipo di meccanismo mentale. Penso, invece, che bisogna via via riattrezzare le coordinate mentali e pratiche per affrontare la situazione concretamente esistente. Quindi guardare in avanti, non indietro.

Sempre nell’intervista Bettini ricorda: «Sono diventato del tutto casualmente un comunista italiano a 14 anni… Il Pci diventò la mia nuova casa interiore. Fu un’attrazione fortissima: un fattore d’ordine, di disciplina, di sentimenti alti e disinteressati, di continuo apprendimento dal presente e dalla storia.».
Non voglio interpretare il pensiero altrui, non mi permetterei mai. Però credo di capire che le caratteristiche del Partito comunista italiano al quale così giovane Bettini aderì, fossero in realtà le caratteristiche, sacrosante, ammirevoli, di un serio partito socialdemocratico, consapevole dei propri compiti e della propria funzione educativa rispetto ai militanti. Solo che il Partito comunista italiano continuò a chiamarsi comunista quando era ridiventato una grande forza socialdemocratica. Questo dal tempo in cui Togliatti martella sul “partito nuovo”. Il “partito nuovo” è una socialdemocrazia seria. Il perché non fu mai compiuto questo passo, è un problema storico che sarebbe lunghissimo da affrontare. Ma credo che sia giusto affermare che se uno legge i progetti e i programmi della Terza Internazionale, quando sorse, e dei partiti che vi aderirono: la rivoluzione socialista subito; la democrazia borghese non è una democrazia, etc., e confronta questi programmi con gli atti dei congressi del Pci, a partire da subito, dal ’45 con la Conferenza nazionale, e poi con l’VIII Congresso, quello fondamentale, del dicembre ’56, in cui Togliatti afferma che la democrazia l’abbiamo conquistata e la difendiamo, è il nostro terreno, ci accorgiamo che questo tipo di linguaggio è lontanissimo da quello degli anni ’19-’20-’21. E allora c’è qualcosa che non quadra nella terminologia, evidentemente. Ciò che io ho sempre considerato un errore madornale è stato nell’89 cambiare precipitosamente nome e simbolo, quasi che la fine dell’esperienza dell’Est Europa significasse la sconfitta del Partito comunista italiano, che era un’altra cosa già da decenni.

In un recente webinar organizzato da italianieuropei, Massimo D’Alema ha sostenuto, anche qui cito testualmente: «Serve una nuova forza politica con un progetto di riforma del capitalismo che renda possibile il contenimento delle diseguaglianze e la tutela dell’ambiente». Servirà pure, ma perché non si è realizzata?
Intanto perché mentre la sinistra si fa carico di problemi nazionali, il capitalismo si fa carico soltanto del suo proprio profitto, addomesticarlo e farlo diventare buono e dotato del senso dello Stato è piuttosto difficile, Dopo di che, quel programma delineato nella citazione che ora ho ascoltato è un programma serio, seriamente socialdemocratico, e cioè convivere con questa belva che è il capitalismo in quanto sacerdozio del profitto, e tentare di piegarlo all’utilità sociale, nei limiti in cui i rapporti di forza lo consentano. Direi che questa è l’architrave di ogni politica di sinistra, per cui criticare duramente l’egoismo, ad esempio, dell’attuale presidente di Confindustria che sbraita in continuazione perché ci sono dei pesi in più da sopportare a causa della pandemia, è qualcosa di sacrosanto. Bisogna criticarlo, perché bisogna ricordargli che la loro ottica, il profitto è l’unico dio, è un’ottica non solo sbagliata ma talvolta addirittura omicida.

Scendendo dall’età dell’oro all’età della miseria (politica) dei giorni nostri, cosa ne pensa, lei che non è mai stato tenero con i 5 Stelle, di questo sguainar di sciabole per far fuori l’attuale Governo?
Come è stato detto da molti, intuire cosa veramente desideri il fondatore di Italia Viva è molto difficile. Non di meno, si può fare un tentativo. Ho riflettuto abbastanza, visto che il fenomeno non è effimero e la guerriglia contro l’attuale Governo continua da parte del fondatore di Italia Viva e dei suoi seguaci. Lui sa benissimo che il 1° luglio ha inizio il semestre bianco, e dunque incomincia una fase in cui il capo dello Stato non può sciogliere le Camere. La crisi può farla scoppiare a fine gennaio, dopo che si sarà votato in via definitiva la legge di bilancio? Già a pochi mesi dal semestre bianco è piuttosto difficile che Mattarella sciolga le Camere, e lo sarà sempre più con l’avvicinarsi della fatidica data del 1°luglio. Renzi è tranquillo: lui non vuole le elezioni, come non le vogliono i 5 Stelle, che sono disperati come sempre. Non le vuole perché sa di perdere quasi tutto: oggi ha una ventina di senatori e non ne avrebbe neanche uno, o forse uno o due al massimo, soprattutto per la esiguità del suo movimento politico ma anche per la riduzione del numero dei parlamentari che è stata stupidamente votata. In realtà, lui vuole che nasca un’altra forma di Governo all’interno dell’attuale Parlamento…

Quale forma, professor Canfora?
Direi che la sua sponda è Forza Italia, che non desidera altro. Il fatto che Berlusconi continui a dimostrarsi volenteroso statista, ben diverso dai due assatanati che ha accanto, Salvini e Meloni, è un segnale continuo di disponibilità. Nel momento in cui c’è una situazione di impossibilità di andare al voto, un qualche Governo pateracchio viene fuori, e lui in questo Governo pateracchio conterà di più, non solo perché magari gli daranno qualche posticino in più, ma soprattutto perché dirà: è merito mio.