Per alcuni resocontisti politici, il suo “difetto” è in un eccesso di curiosità intellettuale, il considerare la conoscenza come parte fondamentale del bagaglio di un politico, assieme ad un’altra merce sempre più rara: l’onestà intellettuale. Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd, ha sempre cercato, fin dai lontani tempi della Fgci, della quale è stato l’ultimo segretario nazionale, di coniugare idealità e concretezza. Non è cambiato.

Rispondendo a Emanuele Macaluso e a Massimo Salvadori, in un dibattito aperto sulle pagine de Il Riformista, Biagio de Giovanni sostiene che il socialismo, per essere valutato va indagato nella sua determinatezza storico-culturale, che oggi non regge più. Insomma, “socialismo, la palla al piede che affonda libertà e uguaglianza”.
Lei evoca titoli enormi e carichi di storia, ma se dovessi risponderle scorrendo le prime pagine dei giornali di domenica potrei cavarmela con una battuta. A contestare l’asse franco-tedesco, supportato da Madrid, Atene e noi per un Recovery Fund da 500 miliardi in forma di sussidi per i costi del Covid-19 sono quattro governi che vedono, in un caso, alla testa una leadership socialdemocratica. Fossimo in uno stadio del tennis l’arbitro annuncerebbe “gioco, partita, incontro”. Vale a dire che il socialismo europeo, qualunque giudizio se ne voglia dare, è per lo meno un universo confuso dove una parte dei protagonisti non ha ben chiaro il capitolo della storia dove siamo precipitati. Chiaro che se ci limitiamo a questa lettura, de Giovanni ha mille ragioni. Io però penso che al fondo sia saggio dare ascolto a Massimo Cacciari e prendere atto di una verità: questa pandemia non ci restituirà il mondo com’era, potrebbe consegnarci un presente malato di disuguaglianze assai più invadenti e profonde, un impoverimento di pezzi vasti di popolazione, un senso di ribellione e risentimento verso istituzioni della democrazia giudicate impotenti. Ecco, se questo scenario – e non è folle anticiparlo – dovesse realizzarsi la prova per le culture che al socialismo si richiamano sarebbe rifondare sé stesse. In altre parole, quando vieni travolto da un evento che, nel bene e nel male, segnerà uno spartiacque della storia la sola strada che ti rimane è azzerare intere categorie del tuo modo di pensare l’economia, la politica, il modello sociale che hai ereditato da prima e che si è rivelato impotente o carico di limiti nel momento più acuto del bisogno. Meno di questo e davvero la disputa rischia di essere puramente nominalistica mentre il socialismo non si può, neppure storicamente, declinare al singolare. Valeva nel passato, tanto più credo abbia un senso se guardiamo al dopo.

C’è chi, di fronte alle sfide imposte dalla crisi pandemica globale, evoca un ritorno al “keynesismo” statalista come orizzonte d’azione della sinistra in campo economico e sociale. Ma il futuro è guardare al passato?
E di grazia quale sarebbe il passato? Il richiamo al keynesismo? Si ha spesso l’impressione che chi si fa scudo di questo riflesso di Keynes coltivi tutto sommato una caricatura o al massimo la celebre immagine delle buche da scavare. Per la verità quel genio non era affatto ostile alla regola del pareggio di bilancio in condizioni di ordinarietà, si limitava a spiegare perché a fronte di una recessione grave, quando la gente non lavora e non spende, compito di Stati e governi non è fare un po’ meglio o un po’ peggio ciò che fanno altri, ma fare ciò che nessuno fa, vale a dire investimenti pubblici come volano di quelli privati. E se sfogliamo i titoli di domenica abbiano conferma della validità di quella tesi, naturalmente sperando che la presidente della Commissione europea trovi forza e alleanze per difendere quell’impianto. Allora il punto non è leggere la nuova fase con le lenti appannate di un vecchio mondo. Dopo il 2008 e l’esplodere della crisi finanziaria destinata di lì a poco a tradursi in una crisi dell’economia reale, per un decennio la sinistra, socialista e non, è andata alla rincorsa di Keynes e della sua ricetta redistributiva. Intanto economisti di punta, da Piketty a Milanovic, illustravano i guasti della disuguaglianza. Oggi siamo entrati in una stagione altra dove la pandemia produce al contempo una crisi della domanda e dell’offerta con rischi seri del peggiore dei mali, una stagflazione che avrebbe conseguenze perverse. Allora, sempre per seguirla nell’immagine, oltre a Keynes abbiamo bisogno di Shumpeter e di capire come da questa crisi senza precedenti si può uscire distruggendo parte del vecchio sistema e fondandone uno diverso calibrato sulla sostenibilità sia ambientale che sociale. Se il concetto di socialismo ha un senso deve calarsi dentro questo conflitto ridefinendo non i suoi valori scolpiti – libertà, uguaglianza, solidarietà – ma le concrete politiche pubbliche che intende perseguire da ora in avanti. Da qui, credo, passa anche l’identità della forza principale della sinistra in Italia, quel Partito democratico che alcuni un decennio fa pensavano di qualificare come un partito post-ideologico, e sino a qui passi, ma pure post-identitario, e questo, francamente, pareva allora e pare di più oggi un caciocavallo appeso.

La sinistra in Italia non rischia di morire di “governismo”? Su questo, sempre dalle colonne de Il Riformista, Massimo Cacciari è stato spietato.
E ha tutte le ragioni per esserlo. Lo dico nella convinzione che questo governo vada sostenuto nelle sue scelte difficili e persino drammatiche. Ma mi porti una persona assennata che dinanzi a un crollo di nove punti del Pil, a un deficit che sfora il dieci per cento, a un tasso di disoccupazione al 12 e alla metà dei lavoratori autonomi e dipendenti che chiedono una qualche forma di sussidio pubblico, possa ragionevolmente invocare una crisi della stabilità politica. Equivarrebbe a un suicidio. Detto ciò in una situazione così drammatica la sinistra non può esaurire la sua funzione nel fare da cassa di risonanza alle sorti magnifiche e progressive delle conferenze stampa di Palazzo Chigi. E non dobbiamo farlo per due ragioni che in parte si legano al contenuto della sua inchiesta. La prima è che il clima del Paese potrebbe mutare e passata la fase acuta dell’emergenza sanitaria e della paura, non possiamo escludere che altri, la destra e non solo, cavalchino il disagio e la sofferenza sociale versando benzina sul fuoco. Questo pericolo richiede al Pd per primo di svolgere una funzione essenziale di mediazione dei potenziali focolai, non del virus, ma di una tensione sociale che già manifesta le sue avvisaglie. L’altra ragione è che compito della sinistra – parlo di una sinistra politica, di una cultura politica – non è solo plaudire o sanzionare le scelte del governo, ma imprimere al confronto nel Parlamento e nel Paese quella torsione di radicalità – se vuole anche di moderata utopia – che da sempre scorta come una sentinella i passaggi storici più traumatici. Meno di questo è lo stesso dibattito intellettualmente curioso e stimolante sulla sorte del socialismo appare come un fine esercizio di retorica o poco più.

Tra i dirigenti del Partito democratico, lei, anche per formazione culturale, è sempre stato tra i più attenti alla dimensione progettuale. Ma questo Pd è all’altezza di una sfida di progetto?
Da esponente del Pd potrei risponderle che la prendo come una domanda retorica, ma anche per l’antica consuetudine tra noi non lo farò e le darò una riposta sincera. Il Pd, per ciò che oggi siamo, da solo non basta. La tragedia che ha investito noi, l’Europa, l’Occidente, ha un profilo e una natura tali da imporci un cambio di passo e di paradigma. Questo è il momento in cui riorganizzare forme e modalità del legame tra questa forza che rimane l’asse portante della maggioranza che guida il Paese e una rete diffusa di competenze e saperi vitali del mondo associativo, del sindacalismo nel lavoro e nell’impresa, della ricerca e della cultura nelle loro diverse espressioni. C’è da rifondare lo Stato e la sua strategia di indirizzo dell’economia, da ridare una missione a scuola e università, da riscrivere le regole del welfare con altre priorità e gerarchie. C’è da rimettere al centro la parte più vulnerabile del nostro modello sociale che erano e sono le persone, gli esseri umani in carne e ossa. Sono solo esempi di un’agenda che la pandemia si è premurata di azzerare e riscrivere in un lampo di settimane. Ripeto, noi da soli dobbiamo avere l’umiltà di dire che non bastiamo, ma questa affermazione non appaia una dichiarazione di resa, al contrario è la chiave per scuotere l’albero e raccogliere frutti maturi che ci sono e che in questi anni si sono spesi in un lavoro di ricerca, proposta, presidio civico. Adesso è il momento di raccogliere quella semina e di percorrere un sentiero nuovo. Non ho certezze, glielo confesso, ma se lo faremo anche la riflessione sul destino di quella tradizione del vecchio secolo che abbiamo ereditato, il principio di un socialismo calato nella storia in atto, potrebbe apparire meno ancorato alla domanda se c’è vita su Marte.