Una disamina spietata. Massimo Cacciari, ci va giù pesante nel suo j’accuse contro una sinistra italiana «totalmente governista, il cui fine assoluto è andare al governo, e una volta che ci arriva non sa che ripetere: “viva il governo”». Quanto al futuro che ci attende, al nulla sarà più come prima dopo la crisi pandemica, ripetuto da tutte le parti, il filosofo, già sindaco di Venezia, non sembra avere dubbi: «Certo che nulla sarà più come prima, sarà infinitamente peggio! Più disoccupati, più poveri, una Italia oberata da un debito che tutti sanno che non potrà pagare. Se l’Europa ci molla, non c’è un uomo della provvidenza, un Mario Draghi, che potrà salvarci: sarà un massacro». Ed oggi, sottolinea «né la sinistra né la destra sono minimamente attrezzate per farvi fronte». Per tirarci un po’ su di morale, la nostra conversazione parte da una riflessione sul socialismo.

Professor Cacciari, rispondendo a Emanuele Macaluso e a Massimo Salvadori, in un dibattito aperto sulle pagine de Il Riformista, Biagio de Giovanni sostiene che il socialismo, per essere valutato va indagato nella sua determinatezza storico-culturale, che oggi non regge più. Insomma, per dirla con De Giovanni «socialismo, la palla al piede che affonda libertà e uguaglianza». Sentenza troppo dura?
Francamente mi pare una disputa nominalistica poco attrattiva. Ci sono state nella storia tante forme di socialismo. Il socialismo non è una categoria dello spirito. E andrebbe semmai declinato al plurale. Se socialismo significa una politica volta a combattere le vecchie e nuove disuguaglianze, sempre più crescenti e insopportabili, se significa una più equa distribuzione delle ricchezze, se significa misure incisive di politica sociale, e in campo economico, se significa che esistono beni comuni, come la salute, che non devono essere in balia del mercato, il che non equivale a vagheggiare nazionalizzazioni à gogo, se significa ampliare i diritti di cittadinanza, chiamiamolo come vogliamo, se la parola socialismo sembra demodé usiamone un’altra, ma ciò che qualifica è il contenuto dell’azione politica, è la visione che la sorregge. Promuovere forme più alte di uguaglianza, di opportunità: socialismo può significare anche solamente questo. Fuori da uno sterile nominalismo, credo che anche De Giovanni sia d’accordo su questo. E poi, una cosa è definire il problema, altra cosa è portarlo a soluzione.

Lasciare da parte dispute nominalistiche significa anche decretare che nel terzo millennio non ha più senso parlare di destra e sinistra?
Anche qui, cerchiamo di essere un po’ seri. Il discorso destra/sinistra nel senso classico, novecentesco, non esiste più. Ma questa è una constatazione che sfiora la banalità. Nessuno che abbia un minimo di buon senso e senso del ridicolo, può pensare di affrontare le sfide del presente, pensando a ciò che era stata la sinistra nell’immediato dopoguerra, puntando tutto sull’interventismo statale, nelle più avanzate esperienze socialdemocratiche, o peggio ancora rispolverando teorie neocomuniste. Anche qui: sinistra è una parola, un concetto che va riempito di contenuti, perché sono quelli che la qualificano come leva di progresso, un progresso orientato socialmente e non solo. Una sinistra capace di agire con serietà e visione su terreni decisivi quale è quello, solo per fare un esempio, delle riforme istituzionali, che sappia farsi vettore di una seria riforma dello Stato puntando ad assetti federalistici sia a livello nazionale sia a livello europeo. Ma una sinistra che si ponga all’altezza dei tempi, non può essere certo quella che vediamo in Italia, e cioè una sinistra totalmente governista, il cui fine è andare al governo e quando ci arriva è tutto un “viva il governo”. Una sinistra del genere non ha futuro perché non è dentro il futuro.

In questi mesi segnati dalla crisi pandemica globale, da tutte le parti si ripete come un mantra che nulla sarà più come prima del Covid. Gli ottimisti considerano quel nulla una opportunità. Per lei, quell’affermazione che connotati assume?
Opportunità? Ma siamo seri, per favore. Sarà infinitamente peggio! Infinitamente. Più disoccupazione, più poveri, e un Paese in ginocchio, oberato di un debito che tutti sanno che non potrà mai essere pagato. Se l’Europa ci molla, sarà un massacro. Ma di che Italia parlano gli imbonitori, che siedono anche al governo, quando ripetono, forse senza neanche crederci, che «l’Italia riprenderà a correre»? Ma quando mai negli ultimi trent’anni l’Italia ha mai iniziato a correre! Ma in che mondo vivono costoro? Invece di cimentarsi in queste metafore podistiche, cosa aspettano ancora a darci un piano per la ripresa? Siamo nelle mani di burocrazie sempre più scatenate: ma un povero cristo come fa a orientarsi per chiedere un prestito, un sostegno, quando deve fare i conti con documenti di cinquecento pagine! Ma ci sarà ancora qualcuno che s’indigna quando sente ripetere, da una comunicazione mainstream, soprattutto sulle reti televisive pubbliche, che sono stati messi a disposizione 400 miliardi di euro quando da mesi non arrivano neanche i soldi della cassa integrazione o dei bonus promessi? Intere categorie sono alla canna del gas. Ma questa realtà viene mediaticamente sepolta, è come se non esistesse. Ma esiste, eccome se esiste.

Ci sono piccoli imprenditori o lavoratori messi fuori produzione che si sono suicidati, ma nessuno, o in pochi, ne parlano, mentre si dà voce, microfoni e telecamere, ai loro capi, a quelli che interloquiscono con chi governa. Da qui a poco il distanziamento sociale non sarà più una indicazione sanitaria per evitare nuovi contagi. Quel distanziamento vorrà dire una faglia sociale che si è ancor più allargata con la crisi pandemica. O c’è una sinistra sufficientemente forte e autorevole per distribuire equamente i sacrifici che saremo costretti a fare, non in un futuro indeterminato ma oggi, altrimenti ci sarà un serio, drammatico problema di ordine pubblico. Sotto le ceneri di una crisi che non è solo sanitaria, sta covando una rabbia sociale pronta a esplodere. E se esplode, a rischio c’è anche la libertà. Siamo davvero ad un bivio.

La metto così: o i nostri sistemi liberali saranno capaci di ridefinirsi, mantenendo però ben salde le loro radici, oppure a prevalere sarà un decisionismo autoritario modello cinese. Basterebbe questo per far scattare l’allarme rosso. Non abbiamo molto tempo per disinnescare questa bomba. E da soli non potremo farcela.  O c’è una Europa che riscopre forti principi di solidarietà, sennò sarà infinitamente peggio. E a tirarci fuori dalle pesti non ci sarà l’uomo della provvidenza, neanche il tanto invocato, e capace, Mario Draghi.  Per provare a risalire, dobbiamo partire dalla consapevolezza, drammatica certo ma fondata sulla dura realtà, che siamo arrivati al fondo politico che sta diventando un abisso economico. Altro che «ricominceremo a correre». Occorre cominciare a pensare. E la vedo dura. Perché pensare è tutt’altra cosa da tutta la retorica, tutta la fuffa nella quale anche la sinistra è immersa fino in fondo.