Quale futuro per l’Europa, la “sfida degli Eurobond” e il riemergere dei sovranismi nazionali. Il Riformista ne discute con una delle personalità che più conosce la diplomazia europea e lo scenario internazionale: l’Ambasciatore Antonio Armellini. Nella sua lunga carriera diplomatica, è stato collaboratore di Aldo Moro alla Farnesina e a Palazzo Chigi, portavoce di Altiero Spinelli alla Commissione di Bruxelles, ambasciatore in Algeria, in India, all’Ocse a Parigi, roving ambassador alla Csce a Vienna e Helsinki, capo della missione italiana in Iraq nel 2003-04.

Ambasciatore Armellini, domani (oggi per chi legge) si riunisce il Consiglio Europeo. È davvero il momento della verità per l’Unione europea?
L’Europa è spesso cresciuta attraverso momenti della verità che le hanno permesso di superare le crisi. Al di là delle fibrillazioni, si intravedono le premesse di un compromesso. Tutti potrebbero dichiarare vittoria, anche se le somme di cui si parla sono inferiori a quanto ci vorrebbe e cercare di sistemare le cose, aggiungendo un po’ di promesse per il futuro, appare cosa diversa dall’affrontare i nodi di fondo. La dissoluzione dell’Ue non è un problema di oggi ma rimane all’orizzonte. La divaricazione fra nord protestante e sud cattolico – fra Europa carolingia e mediterranea – è stata presente sin dall’inizio ma la costruzione europea ha potuto crescere – complici tante cose, fra cui la guerra fredda – perché si basava su un patto politico chiaro: cancellare le ragioni dei conflitti nel continente creando una rete di controllo cui vincitori e sconfitti della storia avessero pari accesso, cominciare dal mercato comune e muovere verso una entità politica sovranazionale. Quel patto si è andato sfrangiando attraverso i vari allargamenti in una dimensione via via più tecnocratica; cosa voglia oggi dire l’”unione sempre più stretta” che continuiamo a porre al centro dell’Ue non è chiaro; non c’è più un patto fondativo unico dell’Europa a Ventisette e al suo interno ne coesistono diversi, autonomi fra loro, più o meno d’accordo sui principi fondamentali di democrazia e libertà fondamentali, ma divisi quanto al significato e alle priorità dell’integrazione. In queste condizioni diventa difficile dare una sostanza non effimera alla messa in comune di obbligazioni e responsabilità. È necessario un salto di qualità verso l’unione politica, perché solo grazie ad una iniezione di sovranazionalità si potrà completare l’attuale unione monetaria della sua gamba economica, dotarla di autonomia di bilancio e rafforzare i meccanismi di decisione comunitari che permettano la compenetrazione delle posizioni nazionali in una visione comune. Visto che non ci sono le basi per farlo a Ventisette, è gran tempo di verificare chi fra i suoi membri sia disposto a dare vita al suo interno a un patto fondativo capace di rilanciare la dinamica politica dell’integrazione. Non si tratta di parcellizzare l’UE che c’è, o di creare gerarchie o steccati artificiali, bensì di mettere a frutto tutte le capacità esistenti in una logica di arricchimento complessivo. Se resteremo confinati in una logica di piccoli passi dove domini il negoziato permanente fra governi, non assisteremo necessariamente alla dissoluzione dell’Ue, ma alla sua trasformazione in qualcosa di molto diverso (e per noi meno utile), questo sì.

L’Italia punta decisamente sugli Eurobond, trovando su questo terreno l’opposizione della Germania, oltre che dell’Olanda. È una frattura insanabile?
L’emergenza impone decisioni immediate ed è giusto non perdere tempo e fare uso dei meccanismi burocratici dai nomi oscuri ai più che abbiamo a Bruxelles. Se restare intrappolati in una disputa teologica su definizioni senza badare alla sostanza e facendo orecchio da mercante a rassicurazioni e chiarimenti– come nel caso del MES “senza condizioni” o degli eurobond come unica soluzione – serve a mettere un petardo sotto la sedia del Presidente del Consiglio, allora non c’è purtroppo molto da fare. Se così non è, gli spazi per uscire da un cul de sac pericoloso e portare a casa risultati utili ci sono: si tratta di negoziare avendo bene a mente la realtà dei rapporti di forza rispettivi e di evitare di cadere in trappole come quella di illudersi che l’asse che pensiamo di avere con Parigi possa reggere alla trazione del rapporto prioritario franco-tedesco. Ciò detto, fra le proposte della Commissione, quelle di Macron, di Sanchez e le nostre vi è modo di portare avanti un discorso che potrebbe non avere effetti immediati, ma portare al risultato per noi importantissimo di far passare l’idea che di mutualizzazione nell’Ue si deve parlare. Resterebbero da definire il come e il quando, ma buttare via il bambino con l’acqua sporca non mi sembrerebbe una linea molto produttiva. Così come quella di dichiarare apoditticamente di rinunciare a somme che sarebbero disponibili e che, ad esempio, alla Spagna sembrano appetibili: non va dimenticato che se a un certo punto dovessimo scoprire che di quel sostegno avremmo invece bisogno, la disponibilità potrebbe non esserci più

Dopo la crisi pandemica, si ripete da più parti che niente sarà più come prima. In chiave europea, come si può declinare questa affermazione?
Come sarà il dopo, dipenderà in primo luogo da quanto durerà un’emergenza su cui nessuno riesce a fare previsioni affidabili. Una ripresa che venisse interrotta da una seconda ondata imprevista del coronavirus avrebbe effetti disastrosi per tutti, ma lasciando da parte i catastrofismi una Europa che confermasse la sua incapacità di reagire in maniera coordinata potrebbe accentuare il suo declino verso l’irrilevanza. La globalizzazione affronta forse non un tramonto, ma una rivisitazione profonda delle sue modalità e il modello economico su cui l’Europa ha costruito la sua prosperità lungo la seconda metà del XX secolo sembrerebbe acquisire nuova vitalità. Non si tratta certo di “ricreare l’IRI” come ha detto qualcuno che forse non ne ricordava le origini e, soprattutto, il declino finale, ma di ripensare il rapporto fra mercato e società. Gli Usa di Trump un modello non lo propongono più; la Cina ne offre uno che attrae molti paesi in via di sviluppo (e su questo dovremmo riflettere bene), ma di certo non sarebbe per noi accettabile, anche se a qualcuno sembra piacere. L’Europa ancora una volta potrebbe indicare la strada di una ripresa più equilibrata; per poterlo fare dovrebbe riuscire a fare massa e la cosa sembra improbabile, purtroppo.

La crisi Covid-19 è globale ma le risposte sono in ordine sparso. Non c’è il rischio, guardando sempre all’Europa, che questa crisi rafforzi tendenze sovraniste nazionali?
Il sovranismo dei paesi ex socialisti è figlio del recupero di una identità nazionale imperfetto, vissuto nell’illusione pericolosa che occidente volesse dire prosperità. Quanto a quello italiano – che vede i nostri sovranisti scagliarsi contro il “diktat di Bruxelles” e scoprire di quando in quando gli eurobond, il più sovranazionale degli strumenti di cui si parla – se si tratta di tattica politica a breve, è una cosa. Se il disegno è di più lungo respiro, allora la preoccupazione è giustificata: a parte l’irresponsabilità economica (ma i suoi sostenitori chissà se ricordano i mutui fondiari al 22%, che favorivano l’export e massacravano le famiglie), si coglie il sentore di derive autoritarie. Sottovalutarle è pericoloso ma, rischiando di essere tacciato di troppo ottimismo, mi dico che contro simili tentazioni il nostro paese è tuttora vaccinato. L’antieuropeismo in Italia procede ad ondate e oggi somiglia all’acqua alta a Venezia, che però come viene, va via. È stato a lungo soprattutto il lamento di un innamorato verso un oggetto del desiderio egoista e distratto e potrebbe altrettanto facilmente trasformarsi in rifiuto senza eccezioni. Ancora una volta, prendo il rischio di essere tacciato di ottimismo nel dire che il fondamento dell’identità europea degli italiani è ancora presente: si tratta di ridargli vigore. Rilanciare l’idea europea significa, come dicevo, stabilire innanzitutto chi ci sta, andando oltre l’emergenza. La Conferenza sul futuro dell’Europa proposta da Macron è finita un po’ in ombra, ma è l’occasione per una verifica che è urgente. Risorse, solidarietà, impegno: propaganda a parte, l’Italia più di altri ha da perdere da un’Europa ferma a metà del guado e dovrebbe cogliere l’occasione di farsi promotrice di una simile verifica. Chi dice che finiremmo schiacciati sbaglia, perché in un quadro flessibile dove fossimo protagonisti la nostra forza relativa sarebbe maggiore. Un’Europa più politicamente coesa riequilibrerebbe molte posizioni.