«Oggi, in questa fase di crisi pandemica di dimensioni planetarie, siamo di fronte a due fenomeni contrapposti: da un lato, l’esaltazione della Nazione e la chiusura delle frontiere, dall’altro lato, una connessione senza precedenti nella comunità scientifica mondiale. Di certo siamo a un bivio che segnerà il futuro nostro e delle generazioni a venire: connessione, non solo scientifica, o chiusura “sovranista”: una via di mezzo non è data». A sostenerlo, in questa intervista a Il Riformista, è l’ambasciatore Alessandro Minuto-Rizzo, un’autorità riconosciuta nel campo delle relazioni internazionali. Dal 2001 al 2007 Segretario Generale Delegato all’Alleanza atlantica, il suo mandato si è sviluppato nel settore politico, soprattutto con Paesi sensibili come quelli del Mediterraneo e del Golfo. Docente in “European Studies” all’Università Luiss. Consigliere di Enel su questioni strategiche. È Presidente della Nato Defense College Foundation.

In questi tempi di crisi pandemica, si ripete, ormai come un mantra, che nulla sarà più come prima dopo il flagello del Coronavirus. Qual è il suo pensiero?
Questa è una affermazione che abbiamo sentito già tante volte, l’ultima, ricordo, dopo l’11 Settembre 2001. Poi in realtà, se noi guardiamo quello che è successo in seguito non è che sia cambiato tantissimo. Quello che è cambiato è stato l’intervento americano in Afghanistan per catturare o eliminare Osama bin Laden, per il resto il quadro internazionale non si è modificato di molto. Questo per dire che in realtà è difficile tratteggiare un quadro globale di cosa sarà il mondo post Covid-19, perché noi in questo momento assistiamo a due fenomeni contrapposti: da un lato l’esaltazione della Nazione e la chiusura delle frontiere, dall’altro lato abbiamo invece una connessione senza precedenti nella comunità scientifica internazionale. Oggi non possiamo sapere quale delle due tendenze prevarrà.
Se lei mi chiede che cosa preferirei e cosa penso in merito, le rispondo che sarebbe preferibile una maggiore connessione internazionale. Questa pandemia per la prima volta si presenta a livello globale, non risparmiando nessuno. Da questa constatazione di fatto, sembrerebbe naturale una tendenza a una maggiore collaborazione.

Sembrerebbe naturale, lei dice. Ma il condizionale è tanto più d’obbligo di fronte a una comunità internazionale, e in essa dell’Europa, che si mostra incerta e divisa nell’affrontare quella che è molto più di una pur grave emergenza sanitaria.
C’è una divisione perché, come abbiamo rilevato in precedenza, si richiamano due istinti contrapposti: il primo è quello “voglio salvare il mio Paese”, il secondo “capisco che da solo non posso farcela”.

L’Europa è attrezzata per sciogliere questo dilemma?
Innanzitutto dobbiamo partire dal fatto che la parola Unione europea può condurre all’inganno, perché noi non siamo gli Stati Uniti d’Europa. Con questo voglio dire che ci sono delle competenze, che in gergo si chiamano comunitarie e che sono previste dai Trattati. Dall’altra parte, ci sono materie che sono rimaste di competenza nazionale, e guarda caso sono proprio quelle chiamate in causa negli ultimi anni: immigrazione, difesa, salute.

Come se ne esce da questa situazione?
Se ne esce, a mio modesto avviso, con un rafforzamento della cooperazione europea. Anche qui bisogna stare molto attenti a ciò che si dice. Perché le crisi sono istantanee mentre un accordo tra 26-27 governi prevede tempi più lunghi e procedure inevitabilmente complesse. Mi sembra, però, che, sia pure a fatica, stia emergendo una volontà comune di dimostrare solidarietà e mettere insieme meccanismi nuovi.

In discussione, nel mondo post Covid-19, c’è anche il sistema internazionale delle alleanze, il ruolo e i poteri di organismi sovranazionali, tra i quali uno che lei conosce perfettamente, avendo ricoperto un incarico apicale in esso: la Nato. Cosa ne sarà dell’Alleanza atlantica?
Quello che credo è che bisogna restare fedeli nei momenti di difficoltà a quelli che sono i valori basilari. Nel senso che, ad esempio, per l’Italia sarà inevitabile, e aggiungerei opportunamente inevitabile, una forte partecipazione sia nella Ue che nella Nato. Perché i Paesi che ne fanno parte sono quelli che più condividono i nostri valori e interessi.

Putin, Erdogan, Bolsonaro, e l’elenco potrebbe allungarsi di molto. Il nostro presente, e soprattutto il futuro, è nelle mani degli autocrati sovranisti?
È istintivo pensarlo, però fino a un certo punto. Perché Erdogan, ad esempio, ha dovuto appellarsi alla Nato, di cui la Turchia fa ancora parte, per chiedere assistenza dopo che i soldati turchi sono stati uccisi in Siria. Quanto a Putin, indubbiamente è un caso di successo, sia come consenso interno che come abilità di politica estera. Però, anche qui c’è un limite non da poco…”.

Quale?
Dobbiamo ricordare che la Federazione Russa ha un Pil inferiore a quello dell’Italia e quindi di conseguenza c’è un limite sostanziale alle sue possibilità di espansione. Per quanto riguarda Bolsonaro, ha avuto certamente un momento di grande visibilità, ma ora comincia a essere fortemente criticato.

Ambasciatore Minuto-Rizzo, questa crisi pandemica non sta facendo emergere con forza e drammaticità un deficit di leadership a livello mondiale, e non solo europeo?
Certamente è un mondo in cui non vediamo grandi leader. Però anche qui dobbiamo essere attenti nel dare giudizi trancianti. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, abbiamo visto emergere grandi personalità, Jean Monnet, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi solo per citarne alcuni, però bisogna anche ricordare che quelli erano momenti straordinari. Oggi non abbiamo grandi leader, e su questo credo che siamo tutti d’accordo. Ma allo stesso tempo dobbiamo riconoscere che i Paesi democratici e liberali stanno dimostrando, alla fine, più saggezza dei regimi autoritari, sia coinvolgendo i cittadini, sia agendo con grande trasparenza, Non possiamo dire lo stesso della Russia, della Cina e del sopracitato Brasile. I sistemi democratici sono migliorabili, ma restano comunque una conquista da tenerci ben stretta.

Lei in precedenza ha fatto riferimento agli Stati Uniti d’Europa. Resta una suggestione, un sogno destinato a restare tale o è un orizzonte ancora praticabile?
Io credo che sia un orizzonte che non ha perso le sue prospettive. Ritengo che sia una questione di tempi. Ma non siamo all’anno zero. Se guardiamo, ad esempio, alla crisi del 2008-2009, anche allora sembrava che l’Unione europea dovesse dissolversi, invece non è successo, l’euro ha tenuto malgrado gli attacchi speculativi e sono stati realizzati meccanismi di difesa, sia pure imperfetti. Altro precedente: la crisi dell’immigrazione. Sembrava che dovesse provocare il collasso dell’Europa: quello dei flussi migratori è un problema non completamente risolto ma il disastro non è avvenuto. E anche oggi, di fronte alla crisi pandemica, malgrado le esitazioni iniziali, i governi stanno costruendo alcuni meccanismi d’intervento che si spera aiutino a superare la crisi.
Non siamo certo vicini alla realizzazione degli Stati Uniti d’Europa, ma il fatto che la Commissione europea stia riprendendo quel diritto alla proposta che le spetta di diritto ma che nell’ultimo decennio sembrava essere venuto un po’ meno, ecco, questo rinnovato protagonismo va nella direzione giusta e fa ben sperare.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.