«C’è il rischio che la crisi accentui ancor più marcatamente i problemi dell’integrazione e dell’inclusione sociale. Una sfida globale che non può essere affrontata, dall’Europa, con la nazionalizzazione delle risposte. Questa è una strada fallimentare». A sostenerlo, in questa intervista esclusiva concessa a Il Riformista, è l’ambasciatore Lamberto Zannier, Alto Commissario dell’Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per le Minoranze nazionali.

Ambasciatore Zannier, vista dall’osservatorio Osce, che immagine sta dando di sé l’Europa di fronte all’emergenza, non più solo sanitaria, del Covid-19?
L’immagine di una Europa divisa, e la crisi rischia di alimentare ulteriormente queste divisioni. Vediamo le fasce sociali più deboli sempre più esposte, vediamo episodi di intolleranza e discriminazione in preoccupante crescita. Occorrono iniziative volte a proteggere le fasce più esposte. In questo contesto, ci sono due fronti su cui intervenire: quello delle minoranze tradizionali, dove vediamo certi gruppi, ad esempio i Rom, che sono apertamente discriminati e in alcuni casi addirittura accusati di contribuire alla diffusione della pandemia, ma non abbiamo visto finora misure che ci aiutino ad affrontare questa emergenza in una chiave inclusiva. Invece di definire una linea d’intervento comune, fondata sui principi di solidarietà e di sussidiarietà, abbiamo assistito, anche a livello europeo, alla chiusura delle frontiere e all’introduzione di misure che in alcuni casi vedono l’attribuzione di poteri straordinari a governi…

Quali rischi vede in questa attribuzione di poteri straordinari agli esecutivi nazionali?
Beh, i rischi sono sotto gli occhi di tutti. Solo per evidenziarne alcuni: la non garanzia di una sufficiente trasparenza nell’informazione o l’imposizione di eccessive limitazioni alle libertà di associazione, con il sospetto che dietro alle giustificate misure di distanziamento sociale si celino tendenze antidemocratiche. Non si tratta di fare processi alle intenzioni né sottovalutare le difficoltà a governare in tempi drammatici come quelli che stiamo vivendo, ma neanche chiudere gli occhi di fronte a problematiche reali. In un mondo sempre più interconnesso e globalizzato e alle prese con una pandemia che non conosce confini, una nazionalizzazione delle risposte è destinata a fallire. La crisi economica colpisce tutti, ma in primis i lavoratori precari e comunque gli strati sociali più poveri ed esposti. E qui si apre il secondo fronte, non meno impegnativo del primo: un fronte sociale che al di là delle minoranze tradizionali, investe le cosiddette nuove minoranze che vediamo emergere in società che sono sempre più diverse e complesse. E anche in questo contesto, vediamo rischi di marginalizzazioni e discriminazioni. Di ciò occorre tenere conto perché al di là dell’ovvia preoccupazione che abbiamo per la tutela dei diritti fondamentali, incluso quello alla salute, c’è il rischio che la crisi accentui ancor più marcatamente i problemi dell’integrazione delle società e crei sacche non solo di povertà ma di instabilità all’interno delle società, con implicazioni anche in termini di sicurezza. L’altro aspetto che mi preme evidenziare, è che in questa fase non vedo iniziative per rafforzare l’uso di strumenti e meccanismi di cooperazione internazionali davanti ad una crisi che affrontiamo in ordine sparso, mentre invece ci sarebbe bisogno di sforzi comuni e di strategie coordinate.

Siamo dunque in un vicolo cieco?
Non è questo il momento per il ritorno alla geopolitica, alle accuse reciproche di isolazionismo. Occorre una leadership diversa che ci aiuti a guardare a queste crisi in maniera più globale.

Da cosa, a suo avviso, si dovrebbe partire?
Bisognerebbe avere la lungimiranza, la creatività, e il necessario coraggio politico di muoversi in un quadro più ampio, ripensando i nostri modelli di sviluppo. Questa crisi non deve necessariamente essere considerata come un incidente di percorso ma può venire vista anche come un campanello di allarme in una fase storica nella quale stiamo affrontando problematiche epocali, come quella dei cambiamenti climatici, della sfida demografica, delle migrazioni di massa e della ricerca di forme di sviluppo più sostenibili. In questo momento è di fondamentale importanza che le risposte alla pandemia del Coronavirus non indeboliscano ulteriormente il tessuto connettivo delle nostre società finendo per alimentare, moltiplicandole, discriminazioni di varia natura e provocando, all’esterno un ulteriore indebolimento delle strutture di cooperazione internazionali. Se è vero come è vero che non ci si salva da soli, è tempo di dimostrarlo. Con i fatti.

Ambasciatore Zannier, le opinioni pubbliche europee sono avvertite di queste sfide, hanno gli strumenti e le sensibilità necessarie per affrontarle?
Me lo auguro, ma non nascondo di essere preoccupato dal senso di frustrazione che avverto presente in Europa e fuori di essa. Questa crisi ci ha colto di sorpresa, un po’ come è stato per la crisi delle migrazioni di massa. Io ho l’impressione che il pubblico si attenda spiegazioni dai governi. L’impressione è quella di essere lasciati un po’ in balia di risposte di breve termine, senza un indirizzo strategico per affrontare queste nuove sfide. E questo crea un clima di incertezza e di paura che alimenta poi quelle tendenze a rinchiudersi su se stessi, tendenze che diventano alquanto problematiche in un mondo che è sempre più interconnesso e globale.

La pandemia virale ha fatto emergere anche un problema di leadership?
Credo di sì, perché vediamo che anche i ‘big players’ nello scacchiere internazionale si concentrano essi stessi su misure interne. Non vedo emergere un disegno di strategie globali, e non vedo, al di là del segretario generale delle Nazioni Unite e dei leaders di alcuni organismi internazionali che però dipendono sempre nella loro azione dagli spazi che vengono concessi loro dai Paesi membri di quegli organismi, non vedo, dicevo, emergere iniziative per un diverso modo di gestire in maniera collettiva quelle sfide che ci coinvolgono tutti. Un mosaico di risposte nazionali, peraltro non coerenti tra loro, non ci aiuta di certo ad affrontare ed uscire dalla crisi in maniera efficace e più equa.