«Oggi c’è una sfida democratica in gioco. Non bisogna sottovalutare il fatto che possa crescere il rischio di aspettative e di richieste di autorità e forse di autoritarismo. Per riprendere il titolo di uno dei saggi più famosi di Carlo Levi, la gente a volte ha “Paura della libertà”». A sostenerlo in questa intervista in esclusiva a Il Riformista è uno dei più autorevoli storici e sociologi della politica europei: Marc Lazar, professore di Storia e sociologia politica a Sciences Po (Parigi) e Presidente della School of government della Luiss.

Professor Lazar, che immagine di sé sta dando l’Europa in questo drammatico momento segnato dal Coronavirus?
Credo che le immagini siano più d’una. Sicuramente l’opinione pubblica, di certo in Italia, un po’ meno in Francia, ha molti dubbi su quello che fa l’Unione Europea, rimarcandone l’inefficienza. D’altra parte, ed è la seconda immagine, abbiamo visto e vediamo tuttora scontri aperti tra l’Italia e la Spagna, da un lato, e dall’altro la Germania e l’Olanda, con la Francia che prova a giocare un ruolo da intermediario, con una empatia più forte verso l’Italia, almeno fino alla riunione dell’Eurogruppo della scorsa settimana. La terza immagine, è la sottovalutazione, da parte delle opinioni pubbliche, di ciò che l’Europa sta facendo per fronteggiare la crisi: una certa narrazione distorta rischia di cancellare la realtà. La realtà è che la Banca centrale europea, la Commissione europea, l’Eurogruppo della settimana scorsa, hanno preso decisioni e messo molti soldi, e tutto questo in un tempo abbastanza rapido. Non dovremmo dimenticare che in occasione della crisi finanziaria ed economica del 2008, l’Europa ci ha messo più o meno quattro anni per trovare soluzioni alla crisi economica. Stavolta, invece, alcune settimane. Credo opportuno ricordarlo, per ristabilire una verità storica e politica. Detto questo, c’è subito da aggiungere che rimangono tanti problemi, tra cui quello legato alla mutualizzazione dei debiti. L’Italia chiede i Coronabonds mentre Germania e Olanda sono contrarie.

L’Italia insiste per gli Eurobond, dei quali i Coronabonds sarebbero un elemento di passaggio. Ritiene che sia questa la strada giusta per affrontare la crisi?
Questa è una domanda molto “italiana” che si può capire ma sappiamo che i Paesi che si oppongono chiedono, come al solito, all’Italia di risolvere il suo problema strutturale del debito pubblico. La cosa di cui non sono sicuro è che la Francia questa volta e su questo argomento si schiererà dalla parte dell’Italia. E questo per due ragioni: la prima, perché la Francia pensa che l’accordo della settimana scorsa sia un buon accordo, e la seconda ragione, è perché la Francia ha giocato con l’Italia per ottenere questo accordo, ma non vorrebbe mettere a rischio la sua alleanza strategica con Berlino.

Dopo questa emergenza sanitaria, tutt’altro che conclusa, niente sarà più come prima, si ripete da più parti. Ma sul piano sociale e su quello politico cosa può significare per l’Europa?
Sul piano sociale, tutto lascia indicare che avremo una fortissima crisi con, purtroppo, un incremento della disoccupazione, una crescita delle disuguaglianze di ogni natura e un aumento della povertà. Bisognerà avere politiche pubbliche per impedire un disastro sociale, ma questo sarà complicato anche dal fatto che sicuramente stiamo passando ad un’altra forma di capitalismo, che alcuni economisti chiamano “capitalismo digitale”: ad esempio, molti si sono abituati durante questa crisi, al lavoro a distanza destinato a cambiare tante cose. Sul piano politico, credo che almeno per la Francia e l’Italia, si possano avanzare due ipotesi: la prima, afferma che quelli che ce la faranno dopo la crisi saranno i politici e i partiti che si sono comportati in maniera responsabile e che hanno dimostrato l’importanza della competenza per governare. L’altra ipotesi, opposta, consiste nel sostenere che il dopo crisi favorirà i populisti, perché loro accuseranno i governi del numero dei morti, della gravità della situazione economica e sociale, chiederanno un rafforzamento dei confini, criticheranno l’Unione Europea e spiegheranno che la sicurezza dei cittadini è più importante della libertà.

C’è chi di fronte all’impatto sociale, fortissimo, che la crisi virale determinerà, rivaluta Keynes e il keynesismo, invocando uno Stato imprenditore.
Sul piano politico ed economico c’è un dibattito che ritorna ciclicamente: da una parte, quelli che sostengono che bisogna tornare alle ricette di Keynes, e di contro ci sono i liberisti molto preoccupati che dicono che, malgrado tutto, bisogna continuare le politiche neoliberiste, e che vedono nello Stato-imprenditore un pericolo piuttosto che una risorsa per rilanciare l’economia di mercato. Sicuramente questo dibattito si svilupperà ancor di più nei prossimi mesi. Così come c’è un dibattito molto teso sulla valutazione della globalizzazione: bisogna abbandonarla? Bisogna continuarla? Bisogna trovare nuovi modi, più attenti ai diritti sociali, per regolamentarla?

Professor Lazar, c’è il rischio che ad affermarsi siano nuove forme di autoritarismo sovranista? In altre parole, ai tempi del Coronavirus non c’è anche una emergenza democratica?
Questo rischio esiste, e sarebbe grave minimizzarlo o addirittura negarlo. C’è un rischio di aspettative e di richieste di autorità e forse di autoritarismo. Le disposizioni che sono già state prese e quelle che saranno adottate per controllare la salute della popolazione, attraverso, ad esempio, la tracciabilità delle persone per ragioni di sanità, potrebbero rimanere ed essere estese. C’è una sfida democratica in gioco. Sappiamo da Macchiavelli o anche da Carlo Levi, per riprendere il titolo di uno dei sui saggi più famosi, che la gente a volte ha “Paura della libertà”.

In questo scenario complesso e per diversi aspetti inquietante, che cosa ne sarà della sinistra?
Credo che la sinistra in Europa, che stava messa male già prima della crisi, non può illudersi che le tensioni sociali la rimetteranno automaticamente in movimento. La sinistra dovrà “approfittare” di questa crisi, ancor più di prima, per ripensare il suo rapporto con la globalizzazione, con il welfare, con l’ecologia, e in generale ripensare il rapporto tra se stessa e la politica.