“Lib-lab”, se siete giovani, è una sigla – una parolina – che probabilmente non avete mai sentito. In Italia è arrivata dalla Gran Bretagna negli anni Ottanta. Vuol dire Liberal-Laburista. Lib-lab fu il tentativo di mettere insieme le idee liberali anglosassoni con le idee socialiste. Da noi il leader di questa tendenza, che non diventò mai partito e che ebbe scarsa fortuna, fu Claudio Martelli, il numero due di Craxi. Martelli riuscì a riunire attorno a sé un numero consistente di giovani intellettuali, in parte di origini sessantottine, e a elaborare alcune teorie, anche sofisticate, come quella – che godette di una certa celebrità – “dei meriti e dei bisogni”, che puntava a rielaborare le aspirazioni egualitarie e a combinarle con la meritocrazia.

Non andò bene. Il Psi, che era il partito sul quale tutto ciò si incardinava, fu spazzato via dai giudici. E lo spazio Lib-lab fu occupato da Berlusconi, che però, francamente, di socialista aveva poco.  Il “Lib-lab” era in sostanza un tentativo di ricreare il riformismo. E come sapete bene, il riformismo, in Italia, non ha mai avuto molta fortuna. Ogni volta che ha alzato la testa, ha finito con l’essere schiacciato tra le tendenze reazionarie, sempre forti e spesso autoritarie della destra, e le idee della sinistra, sempre forti e spesso autoritarie. (No, non è una ripetizione casuale: è proprio così. Destra e sinistra, in questi loro aspetti anti-riformisti e un po’ totalitari, si sono sempre assomigliate).

Beh, oggi è rimasta una sola personalità nel mondo politico italiano che – credo – si definisce ancora Lib-lab. È Mario Draghi. E proprio lui, Lib-lab della prima ora, viene chiamato oggi a salvare la patria. Lo vuole la destra, che sa di non avere personalità in grado di affrontare questa crisi, e tantomeno il dopo crisi. E lo vuole la sinistra, che sa di non avere personalità in grado di affrontare questa crisi, e tantomeno il dopo crisi (neanche questa è una ripetizione casuale: è proprio così. Anche in questo, destra e sinistra si assomigliano molto).

Draghi è un signore di 72 anni, molto serio, molto preparato, con idee nette, competenza e anche carisma. Forse è l’unico (diciamo sotto gli ottanta…) ad avere il carisma e la solidità necessari a guidare il Paese. Non è affatto detto che glielo affideranno. E non è affatto detto che lui accetti.  È nato a Roma nel 1947, da papà veneto e mamma campana. È nato a settembre, mentre la Costituente stava decidendo gli ultimi ritocchi alla Costituzione della Repubblica. Il padre di Mario, che si chiamava Carlo, si occupava anche lui di economia ed era un allievo di Donato Menichella, che è stato il governatore della Banca d’Italia negli anni della ricostruzione, dal 1947 fino al 1960. Mario viene mandato a scuola dai gesuiti, al Massimo, che è considerata la migliore scuola di Roma.

L’ho conosciuto in quegli anni, perché andavo al Massimo anch’io, anche se andavo alle medie e lui al ginnasio. Credo che stesse in classe con Luca Cordero, cioè con Montezemolo, ma forse era una classe avanti. Sto parlando dei primi anni Sessanta, quando il Massimo, che in origine era di fronte a piazza Esedra, in pieno centro, si spostò in un modernissimo complesso a più edifici all’Eur, con una grande chiesa di cemento armato, i campi di calcio, le palestre. Per me quelli furono anni molto belli. Per lui credo di no. Nel 1962, quando faceva il quinto ginnasio, perse prima il papà e poi la mamma. Non so immaginare come un ragazzino sportivo e studioso di quindici anni possa reagire psicologicamente a una frustata di questo genere.

Lui reagì. Probabilmente ebbero un peso i gesuiti, perché i gesuiti, ve lo assicuro, sono quel tipo di comunità che non ti molla, ti prende, ti assorbe, ti arruola e un segno comunque te lo lascia. So che Draghi è molto cattolico, credente autentico. Io non penso che sia quel ghiacciolo cinico che a volte può sembrare.  Lo ho incontrato una sola volta, da adulto. Quando era governatore della Banca d’Italia. Io dirigevo Liberazione, il giornale di Rifondazione comunista, e Rifondazione comunista era al governo, e Bertinotti era presidente della Camera. Io però mi divertivo ad attaccare spessissimo Draghi. Non so perché, un po’, forse, anche per goliardia, un po’ perché mi pareva che lui fosse proprio il simbolo della borghesia moderata e antioperaia. Un giorno mi telefonò la sua segretaria, mi disse che Draghi avrebbe voluto incontrarmi, e mi diede un appuntamento.

Andai in Banca d’Italia, e mi colpì la sua schiettezza. Disse che si ricordava di me da ragazzino, ma non era vero, perché lui diceva che ero fortissimo a pallone mentre io, purtroppo, non sono mai stato fortissimo. E mi spiegò che non dovevo pensare che lui e Montezemolo fossero la stessa cosa. In effetti io attaccavo sempre lui e Montezemolo come fossero una coppia. Montezemolo – mi disse – era un uomo Fiat e di socialista non aveva nulla. Era un imprenditore, non un uomo di governo. Lui, Draghi, era un’altra cosa.

Era un allievo di Caffè.Insistette molto su questo, mi raccontò del rapporto molto stretto che aveva avuto con il professor Caffè, e di quanto il pensiero di Caffè l’avesse influenzato. Io conoscevo bene Caffè, non solo perché – torno sempre agli anni Sessanta – suo fratello Alfonso, sempre al Massimo, era stato il mio professore di lettere alle medie; ma perché poi lui, Federico Caffè, celebre economista, aveva collaborato con l’Unità (oltre che con il manifesto) quando io lavoravo all’Unità come caporedattore, e cioè negli ultimi anni della sua vita conclusa clamorosamente, nella primavera del 1987, con la sua misteriosa scomparsa. Nessuno ha mai saputo che fine avesse fatto Caffè, come nessuno mai seppe dove era finito Majorana. Due suicidi studiati, pensati, sceneggiati, costruiti con sapienza e accompagnati dalla scomparsa del corpo.