Il Regno Unito e un primo ministro in terapia intensiva per il Covid-19. Dei risvolti politici e simbolici di questa vicenda, in continua evoluzione, Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli storici inglesi: il professor Donald Sassoon, allievo di Eric Hobsbawm, ordinario di Storia europea comparata presso il Queen Mary College di Londra, autore di numerosi libri di successo, tra i quali ricordiamo Quo Vadis Europa? (Ibs); La Cultura degli Europei dal 1800 ad oggi (Rizzoli); Intervista immaginaria con Karl Marx (Feltrinelli); Social Democracy at the Hearth of Europe e il più recente Sintomi morbosi. Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi (Garzanti).

Professor Sassoon, la Gran Bretagna sta seguendo con trepidazione le vicende del primo ministro Boris Johnson, in terapia intensiva per essere stato colpito dal Coronavirus. Al di là dell’aspetto umano, assolutamente prioritario, quale ricadute politiche e valore simbolico può avere questa vicenda?
Ci sono due aspetti: uno, prettamente politico, con un capo di governo che in una situazione di estrema crisi, è malato e dunque non è in grado di prendere decisioni. Se le cose si risolveranno per il meglio e in tempi ragionevolmente rapidi, si tratterà di una crisi politico-istituzionale passeggera e Johnson tornerebbe in carica con il prestigio di chi ha condiviso con il suo popolo le stesse sorti. È un po’ come se Winston Churchill fosse andato di persona in Normandia per lo sbarco e si fosse ferito a una gamba. Questa, peraltro, è una immagine che a Johnson piace sicuramente perché lui è un grande ammiratore di Churchill e ne ha anche scritto un libro agiografico. L’altra cosa, anch’essa fortemente simbolica, è che questo virus non attacca solo i poveri, come fu, una volta, la tubercolosi, ma attacca anche i potenti, i ricchi e dunque è un virus che non fa discriminanti sociali. E ciò finisce per rafforzare l’immagine che tutto un popolo, proprio perché il Covid-19, può attaccare tutti, “perfino” il figlio della regina, è coinvolto in questa “guerra”. Come l’inquilino, malato, di Downing Street.

E se invece le condizioni di Johnson dovessero peggiorare?
Allora si aprirebbero vari scenari. Scenario più pessimista dal punto di vista umano è che Johnson muoia o, comunque, resti fuori combattimento per un lungo periodo. In questo caso, il primo ministro in carica diventerebbe Dominic Raab, attuale ministro degli Esteri facente funzioni di premier. Raab è ben lontano da avere il carisma di Johnson: va ricordato che lui si era presentato come candidato alla successione di Theresa May ma ha raccolto pochissimi voti da parte degli iscritti al partito conservatore. E dunque sarebbe un primo ministro alquanto debole.

Per restare a fatti di grande impatto simbolico: il discorso alla Nazione della regina Elisabetta II. Da storico, quale valore dà a questo evento?
Da un lato, è solo il quarto discorso, esclusi quelli natalizi, di Elisabetta II dall’inizio del suo regno, un record di longevità. Ora, se lei non avesse fatto un discorso, ci sarebbero state critiche e dunque, in un certo senso, era obbligata a farlo. Va rimarcato che se lo ha fatto è senza dubbio su suggerimento e con l’assenso di Johnson.

Un fatto politico degli ultimi giorni nel Regno Unito, è stata la nomina del nuovo leader laburista, il cinquantasettenne Keir Starmer. Qual è il segno prevalente di questa elezione?
La sconfitta del “corbynismo”. Il Labour ha eletto ancora una volta un leader centrista che, però, al contrario di Tony Blair ha poco carisma. Starmer è indubbiamente intelligente, ma si trova in una situazione difficilissima, perché in un momento di emergenza sanitaria nazionale, non può attaccare il governo, almeno per il momento. E quindi avrà bisogno non solo dell’intelligenza ma anche di una arguzia politica poco comune e di un alto senso tattico.

Professor Sassoon, vista da Londra, che immagine sta offrendo di sé l’Europa, ai tempi del Coronavirus?
L’immagine che credo abbiano gli stessi cittadini dell’Unione: una incapacità totale di darsi un fronte comune. Ma comunque questa non è una critica che la Gran Bretagna può fare all’Europa, perché sarebbe il colmo della faccia tosta criticare l’Europa dopo averla abbandonata.