Ho imparato a non giudicare le frasi dei politici per come vengono riportate dai media. Anche la frase più banale viene enfatizzata, spesso strumentalizzata, allo scopo di creare polemica, fare scalpore, ottenere più clic. E ho anche imparato a separare ciò che viene detto da chi lo dice: a non farne insomma una questione personale, moralistica. Anche se davanti hai il tuo avversario politico, è importante contestualizzare, non offendere, non fare la caricatura di chi hai davanti. La sinistra, da cui provengo, è piena zeppa di casi simili e sta pagando un prezzo molto alto. Eppure sentendo la frase di Boris Johnson sulle persone che il coronavirus si porterà via (“Dovete abituarvi alla morte dei vostri cari”) mi sono più che indignata, veramente incazzata.

Vorrei capire perché un leader politico, a fronte di una pandemia che sta stravolgendo la vita delle persone in tutto il mondo, affermi che ci si deve abituare alla morte dei propri cari, come se nulla fosse. Come se non ci fosse spazio per il dolore, il lutto, la paura, l’attaccamento, il senso di colpa. Come se non fossimo qui, a parlare dal confine, forse labile ma ancora esistente, della cultura occidentale, anzi della cultura tout court. Del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest. Quella cultura che giustamente hanno ricordato in molti si fonda, tra gli altri miti, sull’immagine di Enea, che in fuga da Troia in fiamme, scappa con il vecchio Anchise, il padre, sulle spalle. È un’immagine potente, dolente, commovente. Ma davvero ce ne vogliamo e possiamo disfare?

Sì, ecco, voglio capire perché. Perché a un certo punto della Storia, superate due guerre mondiali, mentre siamo ancora lì a fare i conti con l’orrore dei campi di sterminio, un leader politico molto popolare arrivi a dire questa cosa. Che cosa è successo? Che cosa ci è successo? Che cosa sta accadendo nel nostro mondo?

Il governo inglese ha deciso di prendere una strada diversa dagli altri Paesi. Non chiuderà tutto, ma deciderà a singhiozzo quali zone o quali attività mettere in pausa. Non parlano più di “immunità di gregge” come avevano fatto all’inizio, ma l’obiettivo è quello di far contagiare più persone possibili e sacrificare chi non ce la fa. Non voglio neanche entrare nel merito di questa scelta. Ma ragionare sulla narrazione che Johnson ha costruito: una sorta di darwinismo applicato alla società e alla specie. È una forma di determinismo biologico (resiste chi resiste) che non solo è deprecabile di per sé, ma rappresenta l’esatto opposto del mondo che abbiamo creato, dove tutto, ma davvero TUTTO, si regge su una dinamica opposta.

Viviamo più a lungo perché abbiamo scelto di investire nella scienza, nasciamo perché qualcuno sceglie per noi, viviamo in un modo piuttosto che in un altro perché scegliamo, per esempio investendo nella tecnologia. Anche quando subiamo una ingiustizia, c’è qualcuno o qualche istituzione che sceglie di perpetrarla. Siamo quel che siamo, umani, uomini e donne, perché abbiamo affrontato il caso e abbiamo costruito un cosmo, dando ordine a ciò che ci ricorda. Per molti questo cosmo è frutto anche dell’intervento divino, di qualunque dio esso sia. Ma se c’è una cosa che ci distingue dagli altri animali, è la possibilità di scegliere. Certo, mi si può dire che anche Johnson sta scegliendo. Ma è una scelta in contrasto con quanto di più importante abbiamo costruito: andare contro il cosiddetto stato di natura, darci delle regole, tra cui quella fondante è il rispetto della vita umana.

In questi giorni si continua a ripetere che questo frangente è uno spartiacque nella storia dell’umanità. Vedremo. Io questo spartiacque lo ho visto iniziare da molto prima, da quando ci sono state alcune persone che hanno protestato perché l’allora premier Matteo Renzi aveva investito del denaro per recuperare i corpi del più grande naufragio del Mediterraneo. Era il 2015, a capo della missione c’era Cristina Cattaneo che ha identificato, per quel che ha potuto, le persone ritrovate in fondo al mare. Si voleva dare loro sepoltura. Un gesto che lega il presente al passato, al cuore stesso della nostra civiltà. Dare sepoltura a chi muore. Eppure in tanti protestarono. Erano migranti, erano neri, erano stranieri. Erano nulla. Lì ho visto lo spartiacque, lì ho intravisto il confine da non superare, lì ho capito che stiamo sull’orlo del baratro. Non oggi, ma già ieri davanti a quei corpi che perdevano valore, a quelle morti che non potevano avere un nome e un cognome, ho visto il rischio di una umanità che perde i suoi miti, i suoi valori, che dà un calcio nei fondelli alla sua Storia.

Oggi, è vero, è un frangente complicatissimo da cui non sappiamo come usciremo, ma ancora una volta siamo chiamati a scegliere. E dobbiamo capire se davvero ci interessa un mondo che non preservi quei valori che ci hanno guidato finora, anche nelle differenze, permettendoci di stare insieme. Non credo che senza alcuni principi, chiamiamoli anche freudianamente tabù, potremmo andare avanti. Perché se si accetta che la morte non è sempre da contrastare, da sconfiggere, anche quando si sa che è impossibile, ci troveremo davanti solo macerie.

Certo, si può obiettare che forse quello che dice Johnson è inevitabile, che il suo calcolo è realistico. Ma le parole, come i miti, sono importanti. Mi viene in mente Primo Levi. Per lui le parole erano così importanti, da chiedersi se era il caso, attraverso di loro, di raccontare Auschwitz. Sottolineava il loro valore in questo caso, per difetto. Ma così riconosceva alle parole un valore enorme, incredibile. Ogni singola sillaba la soppesava, la sentiva dentro di sé, anche misurandone lo scarto con l’orrore di ciò che aveva visto. Sì, le parole sono importanti. Possono liberare o condannare, possono chiudere o aprire. Quelle di Boris Johnson non avremmo mai volute sentirle.