Il voto britannico, il tracollo laburista e un Regno disunito. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli storici e studiosi della sinistra europea: il professor Donald Sassoon, allievo di Eric Hobsbawm, ordinario di Storia europea comparata presso il Queen Mary College di Londra, autore di numerosi libri di successo, tra i quali ricordiamo Quo Vadis Europa? (Ibs); La Cultura degli Europei dal 1800 ad oggi (Rizzoli); Intervista immaginaria con Karl Marx (Feltrinelli); Social Democracy at the Hearth of Europe. Il suo ultimo saggio, da poco nelle librerie, ha un titolo intrigante, e uno sviluppo che ci riporta anche all’Europa e alle difficoltà della sinistra nell’essere all’altezza delle sfide del Terzo Millennio: Sintomi morbosi. Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi (Garzanti).

Professor Sassoon, a mente fredda e con una lettura politica più profonda dei risultati elettorali, si può parlare di un trionfo di Boris Johnson?
Quello di Boris Johnson è senza alcun dubbio un trionfo se si pensa ai seggi in Parlamento. Perché ha una maggioranza assoluta enorme, un’ottantina di seggi. Per di più, Johnson si è sbarazzato di una quarantina di deputati conservatori che ostacolavano la Brexit. I deputati conservatori entrati nel nuovo Parlamento sono molto più “brexitiani” di quelli del Parlamento uscente. A ciò va aggiunto che i laburisti hanno subito una sconfitta molto pesante e i liberaldemocratici, che erano al 100% per rimanere nell’Unione Europea non sono andati minimamente avanti. L’unico altro vincitore sono i nazionalisti scozzesi che hanno conquistato 50 su 59 seggi spettanti alla Scozia. Se si tiene conto inoltre che la Scozia era una roccaforte laburista, la perdita, penso definitiva, della Scozia per il Labour vuol dire che per vincere le prossime elezioni i laburisti dovrebbero stravincere in Inghilterra, il che sarà molto difficile, mentre in una eventuale coalizione tra nazionalisti scozzesi e laburisti, i nazionalisti scozzesi esigerebbero in cambio un nuovo referendum sulla Scozia. Bisogna anche rimarcare che il partito Brexit di Nigel Farage ha ottenuto solo il 2%, mentre alle elezioni del 2015, quando primo ministro era David Cameron, ottenne il 12,6%. Dunque si può ritenere a ragion veduta che il partito Brexit sia morto”.

Vorrei ritornare sul “trionfo” di Johnson. Lei lo ha parametrato ai seggi conquistati. Ma a una lettura politica più profonda…

La vittoria di Boris Johnson deve essere ridimensionata se invece del numero dei seggi si pensa alla percentuale ottenuta. Nel 2017, Theresa May aveva perso la sua maggioranza assoluta ottenendo il 42,4% dei votanti. Ora Boris Johnson ha ottenuto solo l’1,2% in più, arrivando al 43,6%. Questa piccola differenza percentuale ha trasformato un Governo di minoranza, quello della signora May, nell’attuale Governo che detiene una solidissima maggioranza, il che dimostra anche quanto sia assurdo il sistema elettorale britannico.

Una cosa indiscutibile è la disfatta del Labour e del suo leader, già messo in discussione, James Corbyn.
In questo momento tutti imputano la disfatta laburista a Corbyn, alcuni sostenendo che era troppo tiepido sul “Remain”, altri affermando invece che avendo promesso un secondo referendum, ha perso molti elettori laburisti euroscettici. Questo cercare di trovare una spiegazione semplicistica è tipica dei partiti che perdono le elezioni, perché se la spiegazione fosse davvero così semplice altrettanto lo sarebbe la soluzione. Ora, se si esaminano più dal punto di vista storico i risultati elettorali del Labour, il 32,2% che ha ottenuto questa volta, è un crollo rispetto al 40% ottenuto nel 2017, dove comunque il leader era sempre Corbyn, mentre nelle elezioni precedenti al 2017, quelle del 2015, il Labour, quando a guidarlo era Ed Miliband, ottenne il 30,4%. Se poi si esaminano i risultati di Tony Blair, negli anni tra il 1997 e il 2005, si nota che la percentuale ottenuta da Blair non è comunque molto diversa da quella ottenuta da Corbyn. Se poi si vanno ad esaminare i collegi elettorali persi dal Labour nel Nord dell’Inghilterra, si nota che la percentuale ottenuta dai laburisti è in continua discesa dal 1997. Il che vuol dire che la crisi del Partito laburista pre esiste l’ascesa di Corbyn e fa parte di un generale abbassamento delle forze della sinistra tradizionale in tutta Europa: Germania, Spagna, Francia e, naturalmente, Italia.

Ed ora quali scenari si aprono nel e per il Regno Unito?
È difficile fare previsioni, oggi più del solito. Boris Johnson ha fatto una campagna che dal punto di vista sociale si potrebbe definire di sinistra, perché dice di voler aumentare la spesa pubblica, soprattutto per il servizio nazionale sanitario, e in questo modo preannuncia la fine di ogni progetto di austerity e anche la fine del sogno neoliberista di uno Stato ridimensionato. E così facendo, Johnson si allinea nettamente all’ondata sovranista che esiste in Europa, e cioè nazionalismo, welfare ma solo per i “puri” cittadini britannici. L’interrogativo è se potrà mantenere questo tipo di politica se si pensa che Johnson dovrà fare un accordo con 27 Stati dell’Unione Europea, verso i quali si dirige quasi la metà dell’export britannico. Di certo non sarà una passeggiata per Boris Johnson ma neanche per i cittadini britannici, soprattutto quelli che hanno votato Brexit illudendosi che una volta fuori dall’Europa la manna cadrà dal cielo.