L’esito del Consiglio europeo e il futuro dell’Europa al tempo del Coronavirus. Temi caldi che Il Riformista affronta con una personalità che di diplomazia ha esperienza da vendere: l’Ambasciatore Giancarlo Aragona. Consigliere diplomatico del Ministro della Difesa (1992-1994), capo di Gabinetto del Ministro degli Esteri (1994-1996), Segretario generale OSCE (1996-1999); Ambasciatore a Mosca (1999-2001); Direttore Generale per gli affari politici multilaterali e i diritti umani (2001- 2004); Ambasciatore a Londra (2004-2008). L’Ambasciatore Aragona è stato anche presidente dell’Istituto per gli Studi di Politica internazionale (Ispi). Insomma, quella che si dice una voce autorevole e bene informata.

Ambasciatore Aragona, come può essere valutato il risultato del Vertice europeo?
Una tappa positiva di un processo ancora irto di interrogativi ed ostacoli. All’Italia è andata bene. Abbiamo dovuto affrontare il difficile negoziato pre vertice in una situazione di fragilità, palese a tutti, ma il Governo ha voluto, o dovuto, adottare un approccio temerario, mantenendo l’asticella dei propri obiettivi al di sopra del livello realistico (cosiddetti Eurobond e opposizione puramente ideologica al Mes) e minacciando rovesciamenti di tavoli privi di credibilità. Non penso che nelle capitali europee questo atteggiamento sia stato interpretato come qualcosa di più che un atteggiamento a beneficio dei nostri equilibri interni. Insomma, mentre la politica estera in qualunque paese deve sempre fare i conti con il quadro politico interno, in questa circostanza, e non è la prima volta, la nostra confusione ed il clima rissoso hanno pesato particolarmente sul nostro potenziale a Bruxelles. Comunque, abbiamo ottenuto che il Fondo per la Ripresa di cui, con progressivi aggiustamenti abbiamo fatto la nostra ultima trincea, fosse menzionato nelle conclusioni di Michel, con il mandato alla Commissione di proporne rapidamente i dettagli. Su questi, che riguardano aspetti cruciali quali l’ammontare, il come finanziarlo, se elargire aiuti a fondo perduto o prestiti, il quando attivarlo, si preannunciano duri negoziati.Per questo accennavo ad un percorso ancora denso di incognite e difficoltà in cui avremo bisogno di coagulare intese con chi maggiormente condivide le nostre esigenze ma senza esasperare polemiche e contrapposizioni con chi propone percorsi alternativi.

Un ruolo certamente centrale l’ha avuto la Germania e, in prima persona, la cancelliera Merkel. Nelle settimane e giorni precedenti al Consiglio di giovedì, molto si era detto e scritto attorno a uno scontro tra Roma e Berlino. Se scontro c’è stato, si può dire che sia stato ricomposto?
Parlare di scontro tra Italia e Germania è privo di senso. Il vizio dei politici italiani e, aggiungo, di parte del sistema della comunicazione, è affrontare questi temi sotto l’influenza di un eccesso di ideologismo e con una atavica propensione al vittimismo. Ho letto recentemente ardite teorie, anche di fonte accademica non di secondo piano, su pretesi disegni di Berlino di approfittare della pandemia per dominare l’Europa senza ricorrere alle guerre del passato. Senza dubitare che la Germania, come tutti i membri della UE, spero Italia compresa, miri ad affermare i propri interessi, non saprei identificare un elemento che suffraghi una interpretazione così severa, al di là di una inclinazione di principio a ritenere il paese con l’economia ed il sistema industriale meglio attrezzati in Europa, responsabile di tutti i mali che affliggono i partners meno efficienti. Il realismo ed il corretto apprezzamento degli interessi in gioco, come delle motivazioni delle posizioni altrui, sono sempre stati il criterio della migliore diplomazia. Ho apprezzato del Presidente Conte che, nelle ultime fasi negoziali, abbia virato dalla semplice richiesta di assistenza all’Italia, che chiaramente ci mette in una posizione di debolezza e di passività, ad un più saggio richiamo al comune interesse europeo ad uscire tutti insieme e bene da questa crisi. La disponibilità segnalata dalla Germania ad abbandonare alcuni capisaldi, culturali oltre che politici, della sua posizione tradizionale in materia di condivisione finanziaria con i partners europei, è stata cruciale. Questa evoluzione della Cancelliera, su cui ha pesato molto la spinta di Macron, che si è rivelato un prezioso alleato dell’Italia, ha influito sugli altri Paesi cosiddetti “frugali”. Non sprechiamo questa opportunità nei negoziati che ci attendono e lavoriamo con i partners non soltanto per chiedere ma anche per dire come vogliamo contribuire al rafforzamento della UE. L’importanza del ruolo tedesco e francese anche in questo frangente conferma tra l’altro che per Roma è essenziale mantenere il suo naturale raccordo con le due principali Potenze dell’Unione.

Di fronte alla crisi pandemica, l’Europa ha dato l’impressione di marciare, e non solo sul piano dell’emergenza sanitaria, a ranghi disuniti. Ma una Europa a marce e direzioni multiple può davvero far fronte ad una crisi di questa portata, con le sue enormi implicazioni sulla vita sociale, economica, politica e dei comportamenti individuali e collettivi?
Anche la rappresentazione di una Unione Europea divisa sulla risposta alla pandemia, è superficiale. Premesso che le competenze comunitarie in campo sanitario sono limitatissime, occorre ricordare che il Covid-19 ha colpito i Paesi in maniera molto diversa ed in tempi differenti. È quindi logico che ciascun partner abbia adattato le sue reazioni alle circostanze specifiche, così come è naturale che ciascuno cerchi, alla meno peggio, di programmare la propria fase nazionale di ripartenza. Una volta superato lo choc iniziale, sono scattati esempi di solidarietà reciproca di cui ha beneficiato non poco l’Italia, specificamente da parte tedesca. Di tutto questo se ne è parlato troppo poco. Prescinde dalla crisi pandemica, il problema se l’Europa a 27, con obiettive differenze socio-culturali e politiche tra nord e sud o tra est e ovest, non debba espandere forme di geometrie variabili o velocità differenziate nella cooperazione ed integrazione. È una questione molto complessa e per approfondirla bisogna attendere che questo periodo drammatico sia alle nostre spalle.

Non esiste in questa fase così delicata e drammatica, guardando soprattutto all’Europa, anche un problema di leadership?
Allorché si debbono affrontare crisi molto gravi, il problema della leadership è cruciale. In ambito europeo questa questione è sempre stata estremamente delicata. Occorre contemperare il fatto che si tratta di una Unione di Stati sovrani, in cui gli organi comuni, compresa la Commissione, hanno poteri circoscritti, con l’esigenza che ci sia chi aiuti a tracciare il cammino. Nella storia europea vi sono stati momenti più o meno fortunati nel trovare questo difficile equilibrio che ha spesso trovato il suo approdo nell’intesa Franco-tedesca, sovente con l’attiva partecipazione Italiana. Negli ultimi anni, l’annunciato ritiro della Cancelliera Merkel, l’apparente indebolimento della sintonia tra Parigi e Berlino, forse più per lo stile del Presidente Macron che per motivi di sostanza, la crescita di numerosi partiti euroscettici, il venir meno, con la Presidenza Trump, del riferimento e dell’incoraggiamento americano, tutto questo ha effettivamente veicolato l’impressione che il problema della leadership nella UE sia diventato più serio e urgente. È una questione che non può avere una soluzione formale e che si può gestire solo attraverso un costante processo politico alla cui base vi sia il generalizzato rafforzamento del consenso per l’integrazione europea. Dà fiducia il fatto che, nei passaggi decisivi, come nel Vertice di ieri (giovedì per chi legge, ndr) , una capacità di leadership si riveli e porti a dei risultati