La testata di riferimento dei progressisti occidentali, il New York Times, ha tra i suoi collaboratori un fotografo palestinese, Saher Alghorra, cresciuto a Gaza sotto Hamas. Il 5 maggio gli è stato assegnato il Premio Pulitzer per la Fotografia di Breaking News per la serie “Intrappolati a Gaza: tra fuoco e carestia”, descritta come “serie inquietante e sensibile” sulla devastazione e la fame causate dalla guerra con Israele.

Alghorra, in tanti anni passati a Gaza, non ha mai documentato i tunnel di Hamas, né la sharia, né le discriminazioni contro gli afro-palestinesi del quartiere Al-Abeed (letteralmente “quartiere degli schiavi”), né le violenze interne o l’indottrinamento dei bambini nei campi estivi. Il 7 ottobre 2023, mentre Hamas massacrava 1.200 israeliani e rapiva 251 ostaggi, postava candidamente su Instagram usando il vocabolario ufficiale di Hamas: “Resistenza palestinese”, “Brigate Al-Qassam”, “Battle of Al-Aqsa Flood”. Eppure è proprio lui a raccontare la guerra per il NYT. Nel luglio 2025 il giornale ha pubblicato in prima pagina la foto di un bambino emaciato come simbolo della fame di guerra. L’immagine ha fatto il giro del mondo, alimentando la narrazione del “genocidio” israeliano. Solo dopo è arrivata la rettifica: il piccolo soffriva di gravi patologie congenite. Troppo tardi, il danno era fatto.

Il NYT è recidivo. Uno studio accademico sul Journal of International Communication ha documentato 48 errori ammessi solo nei primi otto mesi di conflitto, tutti a discapito di Israele: fonti di Hamas usate acriticamente, cifre gonfiate, omissioni su scudi umani e razzi palestinesi falliti. Ora questo fotografo ha il Pulitzer 2026. Nella comunicazione contemporanea contano più l’impatto emotivo e il finto umanitarismo che la verità e la moralità. Il contributo all’ondata di antisemitismo globale sembra non importare a nessuno. E non è un caso isolato. Walter Duranty, corrispondente del NYT negli anni ’30, minimizzò deliberatamente l’Holodomor ucraino, la carestia voluta da Stalin, e vinse comunque il Pulitzer, mai revocato. Negli anni ’50 Herbert Matthews dipinse Fidel Castro come un idealista democratico, fornendogli una legittimazione internazionale decisiva prima che instaurasse la dittatura marxista-leninista. Decenni dopo, nel 2017, per il centenario della Rivoluzione Russa, il NYT lanciò la serie “Red Century”, che esaltava gli “aspetti positivi” del comunismo con toni spesso nostalgici.

È la stampa dei progressisti. I danni provocati da questa linea ideologica hanno permeato per decenni una certa cultura di sinistra, che oggi, orfana dei suoi vecchi punti di riferimento (l’URSS crollata, il castrismo fallito e gli altri miti del Novecento), si è fatta ancora più feroce e nichilista. Piegare la realtà alla narrazione per motivi ideologici, o semplicemente per compiacere i lettori, è lo squallore a cui siamo abituati. Il Pulitzer ad Alghorra non premia il giornalismo: premia la propaganda. E il New York Times, ancora una volta, ne esce con le mani sporche di ipocrisia, perdendo credibilità.