«Io non sono indagato». È questa la linea di difesa del premier spagnolo, Pedro Sanchez, all’attacco frontale della magistratura iberica. Bisogna capire però quanto La Moncloa possa resistere alle strumentalizzazioni di destra e sinistra sulle inchieste in corso a Madrid.

Per certi versi ha ragione Sanchez. I dossier in mano alle toghe riguardano l’ex ministro dei trasporti, José Luis Abalos, il suo consulente, Koldo Garcia, poi ancora Begoña Gómez e David Sanchez, rispettivamente moglie e fratello del primo ministro, e infine l’ex primo ministro, José Zapatero, accusato di legami con il regime chavista venezuelano. Si tratta di indagini sulle persone, non sul partito socialista in generale. Tuttavia, il fatto che la scorsa settimana la Guardia Civil abbia racconto documentazione proprio nella sede del Psoe a Madrid lascia supporre che si voglia allargare la rete. Anche in Spagna ha gioco facile l’equazione Politica (ovvero sanchismo) = corruzione.

Sanchez croce e delizia

E qui si esce dai tribunali e si entra nelle Cortés. Il loro rinnovo è previsto per l’anno prossimo. Sanchez vuole evitare a tutti i costi il voto anticipato. I due punti di vantaggio che ora ha sul Partido popular di Alberto Núñez Feijóo gli danno lo sprint per poter imbastire una campagna elettorale all’insegna della conferma. Fatto salvo che il suo mandato verrà ricordato per tutto tranne che per la stabilità. Dalla sua Sanchez ha l’economia. Il 2-3% di crescita e il rapporto deficit/Pil sotto la soglia del 3% potrebbero spingerlo a misure economiche espansive, in favore del salario minimo e dell’occupazione. A suo danno però c’è il debito pubblico, pari al 100% del Pil, il quinto più alto dell’eurozona. In ogni caso si sa che, se il tandem perverso magistratura-media compiacenti ti ha preso di mira, non c’è politica spendacciona che tenga.
Di conseguenza se il sanchismo è prossimo alla fine, la Spagna è a un bivio.

Il bivio spagnolo

I popolari hanno marcato stretto la maggioranza socialista fin dal primo momento della sua formazione. Per vincere hanno bisogno però di passare dalla tattica dei giochi parlamentari alla strategia di una campagna elettorale molto raffinata. Del governo Sanchez non si può buttare via tutto. La scommessa sulle rinnovabili ha funzionato. Il centrodestra spagnolo deve quindi ragionare in maniera uguale e contraria rispetto a quello che fa in Europa. Un green deal locale e realistico può avere un senso. D’altra parte, il Paese si basa tutto su turismo e servizi. Far ripartire il manifatturiero – quindi creare posti di lavoro stabili, per dirla in maniera di sinistra – vuol dire attrarre investimenti, fare cultura dell’innovazione (mentre la popolazione spagnola è sempre più anziana) e irrobustire il settore finanziario fiacco da tempo.

La seconda strada non conviene a nessuno. Nemmeno all’Europa. Dal giustizialismo delle inchieste al populismo il passo è breve. La polarizzazione del dibattito politico è in una fase più che avanzata. Alla destra radicale di Vox corrisponde, sul fronte opposto, la sinistra radicale di Sumar. La coalizione erede di Podemos è stata finora un sostegno irrinunciabile a Sanchez. Yolanda Díaz è la sua numero 2 e ministra del lavoro. Da questa alleanza è nata la visione pro pal e anti Usa dell’esecutivo. Una sconfitta del Psoe rischierebbe di spingere ulteriormente a sinistra il campo progressista, favorendo una sorta di “España insumisa” (Spagna non sottomessa), sul modello della France insoumise, che dà tanto da pensare alla Parigi progressista e riformista.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).