Realismo basato sui valori
Il Triangolo del Potere, quando la teoria incontra la realtà del mondo al contrario
Sostiene Alexander Stubb, il Presidente della Finlandia, che viviamo in un momento storico paragonabile al 1918, al 1945 o al 1989. Non è la consueta iperbole degli influencer della geopolitica ma la premessa seria sulla quale costruisce una tesi tanto ambiziosa quanto politicamente scaltra. Il Triangolo del Potere (di recente uscito in traduzione per i tipi di Marsilio) è un saggio atipico: scritto da uno statista-filosofo che ha l’abitudine di pensare mentre si allena per il triathlon e di avviare negoziati diplomatici a colpi di Whatsapp.
L’appello a Lavrov
Memorabile lo scambio, tre giorni dopo l’invasione russa all’Ucraina, con il Ministro degli esteri russo Lavrov: “Ti prego, Sergei, ti prego ferma questa follia. Tu sei l’unico che lo può fermare”. Al quale Lavrov ha risposto con macabro sarcasmo russo: “Chi? Zelensky? Biden?”. L’ordine liberale costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, e che pensavamo essere diventato permanente dopo la Guerra Fredda, si sta inesorabilmente sgretolando. La cooperazione cede il passo a logiche transattive e brutali, a rivalità e a conflitti sempre più imprevedibili. Su queste macerie, Stubb pianta i paletti della sua infrastruttura: un triangolo tra Occidente globale, Oriente globale e Sud globale.
Ci si arrovella da anni sulla competizione tra Washington e Pechino e sul ruolo eventuale ma sempre più vano dell’Europa. Secondo Stubb sarà il Sud del mondo, termine meno improprio di quanto lo fosse prima il Terzo mondo, a decidere dove far pendere la bilancia: con la sua crescita demografica, le sue risorse, e soprattutto le sue ambiguità strategiche.
Leggo questo libro con un piccolo tonfo nel cuore e nella mente. Ho lavorato fianco a fianco con Stubb come suo vice nei quattro anni che hanno preceduto la sua elezione alla presidenza, contribuendo a costruire la Scuola di governance transnazionale a Firenze. Questa scuola, che si propone di formare la prossima generazione di funzionari globali a pensare oltre le frontiere geografiche e giurisdizionali, è essa stessa un esperimento di governance globale. Stubb ha scritto il libro mentre mettevamo su la scuola e quindi è in un certo senso la cronaca anche di quell’esperimento offerto al dibattito pubblico e, nel suo caso, alle stanze del potere.
Realismo basato sui valori
Il concetto chiave del libro è quello del “realismo basato sui valori” (values-based realism), sul quale fra gli altri il premier canadese Mark Carney ha costruito il suo celebrato discorso a Davos lo scorso febbraio. Se l’Occidente vuole preservare i propri valori fondamentali, sostiene Stubb, deve adottare una postura che combini pragmatismo con una “politica estera dignitosa”. È una formula elegante che abbiamo discusso innumerevoli volte nelle lunghe giornate fiorentine durante la pandemia. Ed è una formula che oggi si scontra con l’arbitrio, l’arroganza, e la vanità di Donald Trump, del quale Stubb è diventato una delle controparti più ascoltate. Sta qui a mio parere il nodo più cruciale e controverso del libro. Il prossimo ordine mondiale, ha sostenuto Stubb in un discorso “virale” pronunciato in India qualche settimana fa, ha bisogno di una nuova Bretton Woods, per richiamare le riunioni fondative che portarono alla nascita delle istituzioni post-belliche nel 1944. A conferma del suo fiuto per quello che Goethe chiamava lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi, Stubb ha proclamato che abbiamo bisogno di un “Momento di Nuova Delhi”.
E sarà qui però dove il “realismo valoriale” rischia di incontrare gli ostacoli più ardui: da un lato, come formulare nuove architetture, strumenti e alleanze che riescano a mettere d’accordo se non tutti, almeno la “maggioranza globale” (altro termine che nel politically correct da qualche tempo ha sostituito il “Sud globale”). Dall’altro, come conciliare quest’impalcatura con il fatto che l’“Occidente globale” inteso come l’alleanza transatlantica si sta frantumando giorno dopo giorno a colpi di post e dichiarazioni al vetriolo del Presidente americano. Resta da chiedersi se il “realismo valoriale” sia davvero una bussola per il nuovo disordine, o piuttosto l’amara constatazione di chi quei valori li ha ereditati da un mondo che non c’è più.
Stubb scrive da finlandese, cioè da chi i confini dell’Occidente li conosce sulla propria pelle. Questo gli risparmia l’ingenuità di chi come in Italia pensa che basti rimettere insieme i cocci. Ma il libro, va detto, viene da prima: prima del secondo mandato di Trump, prima delle fantomatiche paci e soprattutto delle disastrose guerre del tycoon. Oggi il triangolo di Stubb rischia di descrivere la geometria di un equilibrio auspicabile ma saltato. Resta il merito, non piccolo, di aver provato a pensarlo. E resta la domanda, ineludibile, che il libro non poteva ancora porsi: cosa fa un realista valoriale quando il principale alleato dell’Occidente decide di non esserlo più?
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