Ambiente
Il Veneto trattiene appena il 5% della pioggia che riceve. L’ordinanza di Alberto Stefani
Firmare un’ordinanza di emergenza è la risposta inevitabile e giusta, e Alberto Stefani l’ha firmata in fretta: con il Po sceso sotto la soglia critica e i sifoni del Delta chiusi per tenere il sale lontano dai campi, il primo luglio la Regione ha fatto ciò che serviva. La macchina regionale, in questo, funziona: reagisce e contiene. La difesa della portata minima dell’Adige a Boara Pisani e la richiesta di convocare d’urgenza l’Osservatorio del Po sono mosse puntuali, da amministrazione che conosce il proprio territorio.
Il problema che l’emergenza porta a galla, però, viene da lontano e non appartiene a un solo governo. Il Veneto trattiene appena il 5% della pioggia che riceve: il resto defluisce in mare perché mancano gli invasi dove fermarlo. È un ritardo accumulato in decenni, in buona parte nazionale — il piano prevedeva novanta invasi e ne sono stati realizzati quindici — che nessuna ordinanza estiva può colmare. Contro la siccità strutturale il contingentamento è necessario, ma da solo non basta.
Qui si apre il lavoro più ambizioso, ed è su questo che la nuova amministrazione può lasciare il segno: trasformare la capacità di reagire in capacità di prevenire, scegliere negli anni di pioggia dove e quanto invasare. È un impegno che non produce titoli e non si chiude in una stagione, ma è quello che, tra qualche estate secca, distinguerà un’emergenza da gestire da un’emergenza che non arriva. Stefani ha ereditato una Regione che sa reagire bene; ha davanti l’occasione di renderla capace anche di prevenire.
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