«Ora chi si fiderà più dell’Occidente! Ritiro, fuga, disfatta, non contano le definizioni, molte delle quali peraltro forzate, ma la sostanza di ciò che si sta consumando in Afghanistan. Dopo vent’anni, l’Occidente ammette un fallimento politico. Politico, più che militare. Quello militare è uno strumento, non un fine. Può servire se legato a una visione politica, a una strategia di lungo respiro. Un respiro che è mancato in Afghanistan e, più in generale, nel Grande Medio Oriente».

Ad affermarlo è il generale Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, e prim’ancora dell’Aeronautica militare, consigliere scientifico dello Iai (Istituto affari internazionali), uno dei più autorevoli analisti militari. Camporini è tra i fondatori di Azione di cui è responsabile difesa. «La mia sensazione – sottolinea Camporini – è che i talebani non siano stati guidati da una mano esterna. Certamente sono stati supportati dall’esterno, in particolare dal Pakistan che non poteva immaginarsi un Afghanistan che non fosse una sorta di Paese satellite e che non corresse il rischio invece di diventare un alleato dell’India, nemico mortale di Islamabad».

Generale Camporini, i talebani hanno conquistato Kabul, il presidente Ashraf Ghani è fuggito all’estero, le ambasciate evacuate. La bandiera nera sventola sull’Afghanistan.
Prima di tutto, io non parlerei di bandiera nera, perché è quella dell’Isis che sappiamo benissimo essere tra i gruppi jihadisti più odiati da quella che definirei la “confederazione dei talebani”. Uso il termine “confederazione” perché non siamo di fronte a una entità integrata e coesa. Siamo di fronte a un insieme di attori che hanno uno scopo comune che è quello di prendere il potere. Una lezione che viene dall’esperienza è che per combattere con più probabilità di riuscita il nemico, quel nemico lo devi conoscere al meglio. Questa “confederazione” non costituisce, a mio avviso, una entità ideologica o politica compatta. Tant’è che io mi aspetto che una volta preso il potere, cominci, magari sordamente, una lotta interna per prevalere l’uno sull’altro. Anche perché stiamo parlando di entità che si fondano spesso, se non sempre, su una base etnica, e quindi ci sono sicuramente delle rivalità e una volontà di primeggiare all’interno della galassia talebana. Ciò detto, è chiaro che il disegno che avevamo nel 2001 di fare dell’Afghanistan, sia pure con gradualità, un Paese moderno è fallito. Un fallimento che non può essere imputabile alla realtà afghana. Come se quel Paese fosse popolato solo da fanatici della sharia e signori della guerra. Le cose non stanno così. E qui mi torna alla memoria una esperienza personale di tanti anni fa. Forse può interessare…

Direi proprio di sì…
Nel 1964, avevo 17 anni, partecipai a un programma internazionale del quale faceva parte anche un rappresentante afghano. Un ragazzo della mia età, che faceva parte della élite della società afghana, ma non era per nulla diverso da quello che era il mio collega messicano o la mia collega viennese di quel programma. Dico questo, e mi preme sottolinearlo, per sfatare la leggenda che l’Afghanistan sia il territorio dei selvaggi. È un Paese che aveva degli spunti di modernità negli anni 60. Stiamo parlando di un periodo vicino a noi. Quindi l’idea di far tornare l’Afghanistan a essere un contributore netto della comunità internazionale, non era di per sé sbagliata. Probabilmente sono stati commessi una serie di errori di tipo politico che adesso, a posteriori, possiamo dire hanno impedito che il disegno che ci eravamo dati si realizzasse.

Quali sono questi errori politici commessi in Afghanistan?
Certamente una delle ragioni che ci ha impedito di ottenere il risultato, e quindi di riportare l’Afghanistan a un livello di modernità che ritenevamo potesse raggiungere, si è scontrato con l’incapacità di capire che c’erano tanti attori sul terreno, alcuni dei quali agivano indisturbati. Mi riferisco, in primis, al Pakistan, che ha alimentato in modo palese la rivolta contro il governo centrale di Kabul. Pakistan nei confronti del quale nessuno osava fare pressioni se non in un modo puramente formale. E questo perché il Pakistan era comunque un alleato, un Paese che serviva a fare barriera contro la Cina e a controbilanciare le ambizioni indiane. Questo combinato disposto ha fatto sì che le bande di ribelli afghani potessero contare sul retroterra pakistano a cui appoggiarsi. Retroterra che non era semplicemente un safe haven, un rifugio, ma era anche un sistema di alimentazione particolarmente efficace che ha consentito a questi signori di continuare la loro lotta e alla fine di prendere per stanchezza il mondo occidentale.

E dal punto di vista militare?
Su questo terreno, io faccio un’osservazione: al momento del massimo picco d’impegno della coalizione, c’erano in Afghanistan intorno ai 140mila uomini e donne in divisa. Se lei prende la superficie dell’Afghanistan, molto compartimentata, con collegamenti molto difficoltosi e dunque con una scarsa possibilità di supporto fra unità adiacenti, e divide la superficie per il numero dei soldati, si rende conto che certamente non veniva rispettato un minimo criterio di controllo del territorio. Non c’erano abbastanza soldati. Ce ne sarebbero voluti almeno quattro volte tanti. Ma quattro volte tanti era uno sforzo che l’Occidente non era disposto né poteva fare. E così alla fine il controllo del territorio è rimasto nelle mani di chi poteva in qualche modo ricattare le popolazioni locali con atteggiamenti molto duri ottenendone il supporto per continuare a combattere. L’Occidente alla fine si è stancato ed è tornato a casa. Dal punto di vista militare non c’è stata una sconfitta. C’è soltanto una presa d’atto, sia pur molto dolorosa, che lo sforzo che si stava facendo non era più sostenibile e a questo punto i governi occidentali hanno detto, in parole povere, vabbè allora arrangiatevi per i fatti vostri. In particolare gli americani.

Dal punto di vista sia politico che militare, più che ritiro si può utilizzare la parola fuga dell’Occidente dal “cimitero degli imperi” come storicamente è stato definito l’Afghanistan?
Quando ci si trova di fronte a una situazione in cui si è messo un mucchio di risorse, risorse umane, risorse finanziarie, e vedi che queste risorse non riescono a farti conseguire l’obiettivo che volevi raggiungere, alla fine te ne vai. Non è una fuga, è semplicemente un abbandono di una impresa che si è constatato essere non fattibile con le risorse che si potevano mettere in campo. Io la vedo così. Adesso non cadiamo nella retorica del “ci hanno cacciato”. Non è che ci hanno cacciato, ci siamo stufati e ce ne siamo andati. A questo punto io immagino che nelle capitali abbiano detto: sentite, se volete continuare come eravate, fate pure.

Resta il fatto che la coalizione occidentale, della quale faceva parte anche l’Italia, lascia sul campo, in Afghanistan, quella parte della società civile, donne e uomini che si erano battuti per una modernizzazione e una democratizzazione del Paese. Li abbiamo abbandonati al loro destino. Un destino tragico.
È esattamente così. Diciamo che l’Occidente a questo punto ha perso la sua credibilità. Il che dal punto di vista politico è gravissimo. Chi d’ora in poi si fiderà dell’Occidente? E sarà quindi facile per chi si contrappone all’Occidente trovare terreno fertile per la propria credibilità, mi riferisco in particolare alla Cina. Ne abbiamo già visto i prologhi.

Quando decise di ritirare i marines dall’Iraq, Donald Trump affermò che la guerra all’Isis era conclusa, vittoriosamente. In Afghanistan la guerra venne al seguito dell’11 settembre per colpire al Qaeda e il regime dei talebani che la sosteneva. Come la mettiamo, generale Camporini?
Dopo l’11 settembre, l’azione militare in Afghanistan venne giustificata col fatto che al governo di Kabul gli americani chiesero la consegna di Osama bin Laden. Loro si rifiutarono e allora gli americani lanciarono l’offensiva allo scopo di catturare il capo di al-Qaeda. Dopo, lo scopo della missione è cambiato. È diventato la democratizzazione e la modernizzazione della società afghana, l’esportazione della democrazia e bla bla bla…A un certo punto io ho avuto l’impressione che la gente non si domandasse più perché stavamo in Afghanistan. Ci stavamo e dovevamo necessariamente garantire l’ordine pubblico, la sicurezza, il che significava combattere contro i gruppi terroristici e le milizie insorgenti che si opponevano alla presenza occidentale in Afghanistan e contemporaneamente addestrare il personale messo a disposizione dal governo afghano perché potesse cavarsela da solo. È stata una transizione quasi inavvertita. Finché a un certo punto a Washington, perché lì è stata presa la decisione del ritiro, qualcuno si è stufato e ha detto basta. Lo ha fatto prima Trump e poi l’ha ribadito Biden con l’aggravante di dire basta, entro il 31 agosto completeremo il nostro ritiro. Ora, dare una data per un’operazione del genere, significa dire all’avversario, guarda che hai vinto. Io me ne vado e tu fai quello che ti pare. La decisione di un ritiro non basato sulle condizioni ma su una data, è dal punto di vista strategico una follia assoluta. Gli americani l’hanno fatto ripetutamente e a quel punto gli alleati occidentali non hanno potuto far altro che prenderne atto. Quando ho letto qualche giorno fa che gli inglesi avevano proposto una nuova missione internazionale senza gli americani, ho subito pensato che si erano bevuti il cervello.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.