Luigi Manconi, già docente dei fenomeni politici, già Presidente della commissione per i diritti umani del Senato, editorialista di Repubblica e la Stampa, ha scritto alcuni libri sull’immigrazione e sulle relazioni tra italiani e stranieri. Gli abbiamo chiesto un parere sul caso di Saman Abbas.

Come si affronta lo scontro culturale, al di là del caso di cronaca? C’è un problema di impostazione fondamentale che attiene al valore della vita, al ruolo dell’individuo. Come si può far coincidere il diritto a emigrare in Italia con il dovere di condividere un contesto di regole sociali, di civiltà giuridica? Vanno individuati strumenti normativi nuovi o bisogna agire soprattutto dal punto di vista socio-culturale?
Parto da una questione di dettaglio che, tuttavia, è assai significativa. Da giorni si sente accusare la sinistra di aver taciuto sulla scomparsa di Saman Abbas. Ma, se la sinistra è stata silenziosa, la destra è stata muta non come un pesce, bensì come un lichene o un asparago. Non mi interessa la polemica dozzinale, ma leggere così questa vicenda, mi sembra un vizio futile e mondano, propria della sottocultura televisiva più ordinaria. Oltretutto una simile lettura, politicistica e faziosa, rischia di risultare consolatoria e autoassolutoria. Le responsabilità, infatti, sono generali e riguardano la complessiva politica dell’immigrazione degli ultimi decenni, le culture prevalenti nel nostro paese e il senso comune. Penso, quindi, che all’origine di tutte le difficoltà finora emerse, si trovi il dato materiale della profonda separatezza che intercorre tra noi e gli stranieri. Ciò mentre emerge una tendenza all’organizzazione della nostra società e delle nostre città, secondo una ripartizione per nicchie, non comunicanti tra loro. Per gli italiani la prima preoccupazione è quella di tenere a bada gli stranieri e di prendere le distanze da loro, per garantire la sicurezza propria e dei propri beni. Verso tutto il resto prevalgono l’indifferenza sociale e l’agnosticismo morale che, in termini eleganti, possiamo definire “relativismo culturale”, ma nella mentalità corrente si manifesta come volontà di distanza e dichiarazione di estraneità. In entrambi i casi, c’è l’affermazione di una irriducibile diversità che arriva perfino a presentarsi come rispetto dell’identità altrui ma che, in realtà, nasconde un vero e proprio rifiuto di chi non è come te o, meglio, di chi non appare come te. In questo quadro il richiamo al “relativismo culturale” per giustificare comportamenti inaccettabili, è non solo un gigantesco inganno, ma anche un’ipocrisia venata di sottile razzismo: non riconosciamo a determinate etnie la protezione garantita da quei diritti che rivendichiamo per noi. E, invece, è il parametro dei diritti umani che consente di misurare la qualità e l’intensità dei processi di integrazione. Capisco che quest’ultimo termine non sia perfetto, ma non ne conosco di migliori. In altre parole, in una società democratica e in uno Stato di diritto, non permettere agli adolescenti di andare a scuola, non riconoscere la parità di genere, sottoporre le bambine a mutilazioni genitali, imporre matrimoni non consensuali: tutto ciò viola i diritti fondamentali della persona e va sanzionato. Lo ripeto: nei confronti di queste pratiche, oggi certamente minoritarie, non è consentita alcuna indulgenza culturale e alcuna comprensione sociologistica, nel nome di costumi e di valori altri. Poi, certo, la repressione dei delitti richiede una parallela attività di prevenzione, educazione e persuasione. Di socializzazione e di scambio assiduo con coloro che sono portatori e portatrici di concezioni patriarcali, se non tribali.

Esiste su questo un esempio, un modello internazionale che fa coincidere l’immigrazione (e la sua normazione ab origine, con lo Ius Culturae) con l’accettazione di un sistema di regole sociali condiviso?
La risposta è no. Tutti i modelli sperimentati nel Novecento, da quello assimilazionista, attuato in Francia, a quello multiculturale sviluppato in Gran Bretagna, fino a quello misto, oscillante tra segregazione istituzionale e accoglienza abborracciata e occasionale, tentato in Italia, hanno fallito. Di conseguenza, si tratta di sperimentare pazientemente nuove vie, che possono essere solo la combinazione dei diversi modelli.

Saman è scomparsa il 29 aprile, siamo al 9 giugno. Le indagini sono andate un po’ a rilento?
Non so se sia accaduto in questa circostanza. Può essere, ma non ho informazioni sufficienti per formulare una simile accusa.

Anche la politica segue criteri di popolarità e di percezione pubblica del caso?
Certamente sì. Ma, a distanza di tante settimane, la crescita dell’interesse è tutta ed esclusivamente dovuta ai media. Finora non ho sentito proporre la minima iniziativa e – lo ribadisco – né da parte della sinistra né da parte della destra. È il segno di quella drammatica distanza che separa l’intera classe politica dalla concreta realtà del mondo delle migrazioni e delle comunità straniere. L’unica eccezione è rappresentata dalle consigliere comunali musulmane, elette in città come Milano, Reggio Emilia, Parma, Rivalta, Grugliasco, Ravenna e in altre località ancora. E quest’ultimo dato consente di richiamare una questione che la scomparsa di Saman ha rivelato. Quelle consigliere comunali musulmane rappresentano una delle espressioni più libere e consapevoli di una popolazione di oltre un milione di giovani delle seconde generazioni straniere; e più di 800 mila sono coloro che frequentano il nostro sistema scolastico. Ecco, questi giovani sono i protagonisti di una sorta di lotta di classe a carattere generazionale, contro i costumi tribali, le concezioni arcaiche e patriarcali, le tradizioni regressive e mortificanti, che tuttora prevalgono in alcuni settori dell’immigrazione. È un conflitto intergenerazionale molto aspro, che tende a risolversi in genere a favore di processi di emancipazione dall’ordine dispotico familiare; e a favore di una maggiore integrazione nel sistema dei diritti di cittadinanza. Migliaia e migliaia di questi giovani frequentano l’università, partecipano a reti di relazioni “miste”, tra italiani e stranieri, si innamorano di persone di altra cultura e di altra confessione religiosa. È indubbio che, all’interno di queste dinamiche sociali, la riforma della legge sulla cittadinanza, avrebbe un ruolo assai positivo.

Si accusa la sinistra di non intraprendere un processo di reprimenda serio, in contesti etnicamente sensibili. Sui diritti delle donne in particolare ci sarebbero troppe concessioni a quello che si chiamava “pensiero debole”.
Questo è vero, ma riguarda – l’ho già detto – tutte le culture politiche. Come è noto, infatti, una parte della destra, e della destra radicale e anti-occidentale, teorizza il relativismo culturale e vede nella dimensione primitiva e barbarica di alcune tradizioni un fondamento di valore. Tutto ciò è assai sbagliato, non solo il relativismo culturale è un grave errore, ma lo è anche qualsiasi forma di soggezione o, ancor peggio, di complesso di inferiorità. Al contrario, i cittadini italiani devono misurarsi con i vicini di casa, con i colleghi di lavoro, con i compagni di scuola e portare argomenti e confrontarsi con quelli altrui; motivare il fatto che, diciamolo senza esitazione, la cultura dei diritti e della parità di genere è superiore, sì superiore, a tutte le altre culture fondate su identità oscurantiste e forme di relazione primitive.

L’infibulazione, l’abuso in famiglia, il matrimonio combinato sono pratiche che riguardano, affligendole, molte migliaia di giovani donne in Italia. Chi deve intervenire su questi temi? A scuola non so quanto se ne parli.
Chiariamo intanto che si tratta di pratiche derivanti in parte da confessioni religiose e in parte spesso prevalente, da tradizioni culturali e antropologiche. Proprio per questa ragione metterle al bando non basta, si deve intervenire sul piano educativo e, dunque, parlarne a scuola, nelle nostre scuole dove, l’uno accanto all’altro, si trovano bambini italiani e bambini stranieri: questo non solo è possibile ma è doveroso farlo. Non basta, ovviamente, si tratta di investire grandi risorse nell’opera di mediazione culturale e sociale. Nel rafforzamento e nella diffusione dei servizi, quelli destinati al controllo e alla tutela, così come quelli destinati alla formazione. Ma, lo ripeto, tutto ciò non basta se non c’è un’adeguata mobilitazione da parte dei cittadini, almeno di coloro che hanno a cuore la convivenza pacifica tra residenti e nuovi arrivati. E questa convivenza, la si ottiene, non con la presa di distanza e la separatezza, ma con lo scambio, con le relazioni, con la reciproca conoscenza.

Anche i media hanno la loro parte di responsabilità. Se fosse scomparsa una bambina italiana avremmo avuto troupe televisive collegate giorno e notte, com’è stato in altri casi.
Vero anche questo. E mi do una spiegazione: Saman, la sua famiglia e il suo destino, finiscono quasi fatalmente in una sfera della società che è propria della cronaca nera. Segnata, da un tratto di permanente oscurità e di difficile e sfuggente identificazione. È come se chi vive in quella dimensione solleciti inesorabilmente un sentimento di tedio (“uffa, ancora ‘sti immigrati”) o una tonalità miserabilista (“basta parlare sempre di disgrazie e sfighe”), che rendono quella vicenda meno notiziabile e meno “attraente”. Ma anche questo, è la conseguenza di quella incomunicabilità tra noi e loro di cui ho detto e che ci impedisce di sapere – prima e non dopo – che in quella famiglia viveva una diciottenne che desiderava la libertà e l’amore e un sedicenne che ha trovato la forza per denunciare i genitori. Vede, ancora una volta, è la lotta di classe a carattere generazionale che si manifesta. In questo caso, a vincere sono stati i rappresentanti del dominio patriarcale, ma è una vittoria a metà: l’adolescente maschio vuole sottrarsi e penso che ci riuscirà.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.