Con il suo editoriale sul Corriere della Sera e poi con l’intervista a Il Riformista, Paolo Mieli ha aperto un dibattito che scava in profondità nella crisi del nostro sistema democratico. Il Riformista ne discute con Nadia Urbinati, accademica, politologa italiana naturalizzata statunitense, docente di Scienze politiche alla prestigiosa Columbia University di New York.

Quale legge elettorale per quale idea di democrazia. È il tema rilanciato da Paolo Mieli in una intervista a questo giornale, nella quale sostiene che il punto centrale di un progetto di riforma dovrebbe essere come costruire e organizzare il consenso, e da esso far discendere la nuova legge elettorale. Lei come la vede?
Io credo che Mieli abbia colto nel segno. La questione della rappresentanza e quindi dell’accountability di coloro che sono eletti rispetto agli elettori, deve basarsi su due gambe: quella della rappresentanza, possibilmente più ampia, degli interessi e delle idee che circolano in un Paese, e quella della governabilità. Le due “gambe” devo andare insieme, non si può sacrificare l’una all’altra. Purtroppo, però, le cose non stanno andando in questa direzione…

In che senso?
Nel senso che abbiamo assistito da anni, non certo da ora, di una quasi assoluta attenzione alla governabilità, con l’esito paradossale che non si è ottenuta la governabilità mentre si è persa la rappresentatività.

Sempre nell’intervista, Mieli dice una cosa sulla quale vorrei una sua riflessione. L’ex direttore del Corriere afferma che non si può “istituzionalizzare un’emergenza”. Il riferimento è al governo Draghi.
Sono d’accordissimo anche su questo. Mieli coglie nel segno di nuovo. Perché da un lato si vogliono creare leggi elettorali per consentire a questa maggioranza, cioè a Draghi perché della maggioranza non interessa a nessuno mentre importa eccome del premier in carica, di restare in sella. E questo trovo che sia una sconcezza.

Perché?
Perché non si possono costruire le regole del gioco sull’eventualità di giocare un gioco e basta. È come entrare nel tunnel di Orban! Noi non siamo in questo tunnel, o almeno lo spero. E quindi dissociare le esigenze presenti e attuali dalle regole. Seconda osservazione. Ho colto, spero di sbagliarmi ma non credo, che il nostro Paese stia andando, anche nell’opinione più qualificata, verso una posizione indifendibile, ovvero Draghi su tutto, a dispetto di tutto. Non è che io ce l’abbia con Draghi, per carità. Il fatto è, ed è un fatto grave, che si usa questa certezza in una maniera quasi da vagabondi. C’è lui, non facciamo niente, per tenere alla fine i problemi a bagnomaria. I partiti ci sono e ci saranno, quindi Draghi non sarà a vita, sarà a termine, immagino. Allora occorrono le regole per pensare in termini di nuove maggioranze e nuove opposizioni.

A proposito del dibattito dentro le forze politiche. Nella Lega, che è parte dell’attuale maggioranza di governo, sembra essersi aperto lo scontro tra il “populista” Salvini e il “moderato” Giorgetti. Cosa ne pensa?
Ho letto e seguito molto questa vicenda. Giorgetti è intervenuto, almeno così si evince dal libro di Vespa, in una maniera che lascia senza parole, mostrando che di “moderato” la Lega ha soltanto un pio desiderio. Nessuno è moderato, nemmeno i più burocrati come il ministro Giorgetti che ha addirittura ventilato l’opportunità, anzi di più, la desiderabilità, senza nemmeno convocare una bicamerale e senza muovere la Costituzione, de facto, di un passaggio che crei una figura nuova che unisca presidenza della Repubblica e presidenza del Consiglio, e questo sempre nel nome di Draghi. È gravissimo…

Perché lo è?
È gravissimo per una serie di ragioni. Dal punto di vista formale, lui è un ministro della Repubblica che ha giurato fedeltà alla Costituzione e fa una proposta che è di una eversione radicale rispetto alle norme costituzionali. Non solo per ciò che concerne la divisione dei poteri, ma anche per il metodo ventilato per giungere eventualmente a una riforma. Il de facto è una soluzione da decreto, e dunque autoritaria in sé, assurda in un sistema di Stato di diritto. Unire invece che di mantenere divise le cariche istituzionali! Critichiamo Orban, l’autocrate ungherese, perché lede la divisione dei poteri, principio fondamentale delle democrazie costituzionali, e abbiamo un ministro della Repubblica che addirittura propone di unire due poteri, de facto, attraverso l’elezione del presidente del Consiglio attuale a presidente della Repubblica, tenendolo anche presidente del Consiglio. È una cosa inaudita.

Lei ha l’impressione che a sinistra ci sia la percezione della gravità di tutto ciò o invece c’è una sottovalutazione?
A sinistra c’è un’assoluta sottovalutazione. Siccome tutto avviene nei parlatoi televisivi, sembra che non abbia rilevanza. Si parla in televisione, che vuoi che sia, si dice “A” o “B”, tanto non ha valore. Questo è un ministro, non è un cittadino qualunque o un giornalista qualunque. È un ministro. E quindi deve essere ben considerata questa realtà. Invece c’è una grave sottovalutazione. Tanto più alla luce di quanto letto in un recente articolo uscito su Il Manifesto…

A cosa si riferisce?
A un articolo di Piergiorgio Ardeni che analizza approfonditamente un sondaggio, commissionato dal Partito democratico in occasione del recente G20 di Roma; sondaggio fatto da U-Gov in collaborazione con un network che si chiama Global Project, per analizzare lo stato di salute della nostra democrazia a livello di opinione dei cittadini. Ebbene, l’immagine ne che ne esce fuori del nostro Paese è alquanto disarmante. Lasciamo stare le questioni economiche, e soffermiamoci su quelle politiche. Gli italiani, contrariamente a spagnoli, olandesi, portoghesi, australiani sono quelli che hanno la sensibilità più bassa sul green pass vaccinale e hanno anche una sensibilità più bassa rispetto all’ambiente. E, soprattutto, hanno una sensibilità molto bassa verso la democrazia. Io sono rimasta stupita, e fortemente preoccupata, perché solo il 49% ritiene che sia importante, cito testualmente dal sondaggio, «vigilare per difendere la democrazia» e addirittura la maggioranza sarebbe desiderosa di non avere più partiti intorno e guardare all’eventualità di avere un leader forte. Questo sondaggio è stato commissionato da un partito importante, il Pd, eppure non se ne parla. È gravissimo. La questione del governo Draghi non riguarda tanto e solo il futuro di questo esecutivo e, soprattutto, del suo presidente. È grave perché è legata strettamente alla decadenza di legittimità, ormai preoccupante, dei partiti, senza i quali, volenti o meno, non si fa democrazia.

A proposito di parallelismi tra vari sistemi e democrazie. Lei conosce molto bene la realtà americana. Negli Stati Uniti, il Congresso ha approvato nei giorni scorsi il piano del presidente Biden da oltre 1000 miliardi di dollari per le infrastrutture. Dobbiamo imparare dall’America?
La situazione non è così rosea come la si vorrebbe narrare. Nel senso che questi miliardi dovevano essere tre volte di più. E dovevano essere distribuiti non solo per le infrastrutture, il che va benissimo, perché parliamo di un Paese già vecchio e arrugginito nel quale occorre intervenire sulle infrastrutture che sono peraltro anche possibilità di lavoro. Tuttavia, l’altra parte, cioè quella dell’assistenza è stata depennata. All’interno del Partito democratico americano c’è una divisione profonda tra coloro che vogliono esclusivamente tagliar tasse, i “reaganiani” Dem, e quelli più disposti a difendere lo stato sociale in campi fondamentali come la salute, l’istruzione, i beni comuni. Questa lotta esiste e io la ritengo sacrosanta, giusta, normale in un partito vitale. Il problema è che da noi, contrariamente a qua, l’idea di combattere per le opinioni e dare un senso della dignità della politica competitiva è una idea in decadenza. Non ci si può nascondere dietro a un presidente del Consiglio. I partiti hanno bisogno di vivere e quindi anche di darsi un codice etico di tipo più combattivo, non remissivo. Dall’America impariamo questo, se vogliamo imparare qualcosa di positivo.

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Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.