L’America ancora sotto shock per l’assalto a Capitol Hill guarda con apprensione al 20 gennaio, il giorno dell’insediamento alla presidenza di Joe Biden; un giorno di festa che rischia di trasformarsi in una nuova giornata di paura e di sangue. Il Riformista ne parla con Alexander Stille, giornalista e scrittore statunitense, professore alla prestigiosa Scuola di Giornalismo della Columbia University.

Dopo l’assalto al Congresso, come sta vivendo l’America gli ultimi giorni della presidenza Trump?
L’America sta vivendo questo momento drammatico della sua storia con un miscuglio di ansia, di speranza e di divisione. Speranza di voltare pagina rispetto ai quattro anni di Trump presidente. Ansia per quel che potrebbe accadere il 20 gennaio. Divisione su come trattare Trump, attorno alla questione dell’impeachment. Una conferma è venuta dal voto di mercoledì scorso alla Camera, che con 232 sì, 197 no e 5 astenuti, ha approvato la mozione d’impeachment contro Trump per incitamento all’insurrezione. Di quei 232 favorevoli, 10 erano repubblicani. Quel voto racconta di una divisione tra una maggioranza democratica, a cui si è unita una sparuta, coraggiosa, “pattuglia” di repubblicani, e una maggioranza di repubblicani che ritiene che l’impeachment sia solo un pretesto per punire Trump, che bisogna unire il Paese e mettere una pietra sopra al tragico episodio avvenuto al Campidoglio.

Qual è il quadro politico che emerge da queste tumultuose giornate post assalto al Campidoglio?
Un quadro contraddittorio. Da un lato, il trumpismo si è rivelato nei suoi tratti autoritari, che sono stati evidenti anche a moltissimi repubblicani. Dall’altro lato, però, certe divisioni che c’erano prima restano ancora vive. Un buon numero di rappresentanti repubblicani, come dimostrano i voti di questi giorni, ha paura di andare contro la volontà dei propri elettori, anche se si rendono conto che quello che è accaduto al Congresso è un fatto gravissimo di cui il presidente porta pesanti responsabilità.

È il passato che non passa…
È vero ma solo in parte. Perché ciò che è avvenuto dopo il 3 novembre e, soprattutto, con l’assalto al Campidoglio e ciò che ha scatenato, dimostra che il “marchio” Trump si è profondamente deteriorato. Mentre un mese fa si poteva credere che Trump, pur perdendo, potesse rimanere a capo del suo partito e forse essere il favorito alla candidatura nel 2024, ora è molto improbabile. La maggioranza dei politici repubblicani non lo auspica. Certo, non l’hanno abbandonato, per ora, ma è chiaro che preferirebbero che Trump facesse un passo indietro, restasse un po’ tranquillo. Il che appare alquanto improbabile.

L’immagine che ha fatto il giro del mondo e conquistato le prime pagine dei giornali è quella dello “sciamano” di Capitol Hill. Non c’è il rischio di ridurre un atto così grave a un fatto folcloristico, sottovalutando la portata di quell’attacco alla democrazia?
Assolutamente sì. L’assalto al Congresso è stato tutt’altro che una manifestazione folcloristica. Le migliaia di persone che hanno invaso Capitol Hill, erano gli attivisti più accesi, fanatici, brutali, di un movimento molto più vasto e radicato. Sono pericolosi perché non sono dei “pazzi” isolati. Il loro punto vista, e cioè che i risultati delle elezioni del 3 novembre siano stati “falsificati” dai Democratici, è condiviso almeno da tre quarti degli oltre 74 milioni di americani che nonostante il disastro dell’amministrazione Trump nell’affrontare il Covid-19, hanno continuato a riconoscersi in lui. Gli invasori di Capitol Hill sono la punta estrema di quella metà dell’America fatta in gran parte di lavoratori bianchi, con un basso livello d’istruzione, che ha paura di diventare minoranza e di essere soppiantata dagli afroamericani, dai latinos e dalle “èlite socialiste” e dalla “finanza giudaica”. La stragrande maggioranza degli elettori repubblicani pur sentendosi defraudata dai “brogli” dei dem, non avrebbe immaginato un’azione violenta. Ma quando li senti nelle interviste, beh, se tu credi davvero che le elezioni siano state truccate, che il sistema democratico è totalmente corrotto, a quel punto invadere il Congresso non sembra qualcosa di così esagerato. Insomma, si forse si sono spinti troppo in là, ma avevano buone ragioni. Per parafrasare un’affermazione che andava per la maggiore in Italia negli anni di Piombo, erano “patrioti che sbagliano”. C’è un grosso lavoro da fare. Una riflessione che per essere vera, profonda, non potrà non essere dolorosa. Ed essa dovrà riguardare vari ambienti, compresi quelli della stampa, dei social media. Non è sano per una società che si vuole democratica, nel senso più alto e non partitico del termine, permettere la costruzione di una “realtà” alternativa totalmente non supportata dai fatti. Così non è avvenuto. Si può imperversare sulle varie piattaforme social sostenendo che Bill e Hillary Clinton sono responsabili per vari omicidi, che il Partito democratico è un corpo satanico pieno di pedofili, che Obama era un musulmano e un socialista che ha cercato di minare il nostro sistema… Sono cose che milioni di americani credono. E se tu credi realmente in queste cose, quello che è avvenuto mercoledì scorso appare, per l’appunto, un atto patriottico. E così è stato vissuto dagli assalitori. Per ragioni di convenienza, con un cinismo senza limiti, tanti politici hanno lasciato dire e fare per tanti anni. Perché, alla fine il discorso si riduceva a questo: “credessero pure a queste fesserie basta che continuano a votare per me”. Un comportamento che ha segnato una rottura profonda, etica prim’ancora che politica, con il conservatorismo temperato di repubblicani che pure si collocavano decisamente a destra…

Ad esempio?
Ad esempio John McCain. Quando lui fu il candidato repubblicano contro Obama alle presidenziali, durante un meeting elettorale, una signora si alzò per dire che lei non avrebbe mai potuta essere per Obama, perché lui è un musulmano, un terrorista… Ebbene, McCain le rispose dicendole “attenta signora, lei non può dire cose del genere, perché non sono vere, e io non posso accettarle”. Quando i politici hanno un senso di responsabilità verso la verità, la politica si svolge in un certo modo. Il confronto è duro ma sano. Quando invece davanti a una folla che vuole credere a certe narrazioni, tu assecondi le loro farneticazioni, allora cambia tutto. A quel punto vivi in un mondo di fantasia, in cui chiunque diventa una fonte credibile e la realtà è la percezione. Questo, purtroppo, è qualcosa che si sta affermando da tanti anni e che non si è riusciti a smantellare. Io spero che una persona assai moderata come Biden possa cominciare a riguadagnare fiducia in questa gente completamente sfiduciata, radicalmente ostile. Mi auguro che riesca a ristabilire se non la condivisione almeno il rispetto di alcuni principi basilari di una democrazia rappresentativa, e di poter lavorare, pur da posizioni diverse, per il bene pubblico. Altrimenti, siamo messi proprio male.

Molto si continua a discutere, non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa, sulla chiusura da parte di diversi social network, tra cui Twitter, degli account di Trump. Ed ora anche Youtube sospende per una settimana un video di Trump. La cancelliera tedesca Angela Merkel, ad esempio, che pure è stata tra i primi leader europei a condannare fermamente l’assalto al Campidoglio, ha sostenuto, attraverso il suo portavoce, che “è possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore e non per decisione di un management aziendale”. Qual è in merito la sua opinione?
Questo è un tema molto delicato, che va dibattuto in un modo serio. I social media hanno rappresentato un fenomeno senza precedenti. Nello spazio di poco più di dieci anni, sono diventati la fonte principale d’informazione nel mondo. Basti pensare che Facebook ha due miliardi, dicasi due miliardi, di membri! Di fronte al propagarsi di questo fenomeno, a livello mondiale e in numeri stratosferici, nessuno si è posto il problema di cosa accadrà, per cui l’idea che un signore solo, assieme ai i suoi consiglieri, possa decidere che cosa leggi te e che cosa non leggo io, è molto, molto preoccupante. Ci deve essere un dibattito serio sulle regole, sui protocolli di queste aziende. Perché per tanto tempo i padroni delle piattaforme social si sono autoassolti, sostenendo che i loro non erano mezzi d’informazione, ma semplicemente delle piattaforme che ospitavano varie opinioni, e dunque non avevano alcun obbligo di fare da arbitro tra accuse diffamanti, falsità, menzogne e verità. Loro si limitavano a censurare soltanto scene di violenze, oscenità e cose del genere. Durante la campagna elettorale, i “signori dei social” hanno rifiutato di censurare messaggi di Trump che erano palesemente falsi, sostenendo che erano parte del dibattito pubblico, che alla fine è la gente che deve decidere. Ora sono passati da quell’atteggiamento distaccato, pilatesco, alla censura. Bisogna mettersi d’accordo su quali sono le responsabilità di questi media. So di sembrare un dinosauro del ‘900, ma come giornalista sono cresciuto in una epoca in cui chi faceva questa professione sentiva il peso della responsabilità e dei limiti legali. Non potevi accusare qualcuno senza avere delle prove. Questo principio è completamente saltato negli ultimi vent’anni, per cui puoi dire tutto e il contrario di tutto senza avere la minima documentazione. So che è molto difficile, ma bisogna ristabilire alcuni principi di fondo. La Germania, ad esempio, ha approvato una legge che ha regolato Facebook, per cui se qualcuno pubblica sulla piattaforma cose che possono apparire false, Facebook ha un certo numero di giorni per accertare la verità o la falsità di quelle cose, e se esse risultano false, devono essere tolte dal sito, altrimenti verranno pesantemente sanzionati. Questo mi sembra un buon primo passo nella direzione giusta, cioè quella che ristabilisce il principio che non puoi dire qualunque cosa. Bisogna rispettare le opinioni ma non il diritto di diffamare.

Biden s’insedia il 20 gennaio. Stavolta il presidente dem non avrà il Senato contro, visti gli ultimi risultati in Georgia. Questo potrà agevolare la sua presidenza e su cosa, a suo avviso, Biden dovrebbe puntare da subito?
Il voto in Georgia è stato molto significativo, per tante ragioni. Sul piano pratico, significa che i democratici al Senato avranno il controllo dei vari comitati. Se sotto un controllo repubblicano si poteva immaginare la costituzione di varie commissioni d’inchiesta sul voto fraudolento, sulle attività “sospette” del figlio di Biden, tutte cose mirate a danneggiare e a indebolire il presidente, adesso che i democratici hanno la maggioranza questo scenario è svanito. Secondo punto: nella scelta del suo staff, Biden non sarà costretto a dipendere dai repubblicani. Terzo, e forse ancora più importante, lui potrà scegliere i giudici senza il beneplacito dei repubblicani. Con il controllo repubblicano del Senato, Biden sarebbe stato ingabbiato dai repubblicani. La ragione per cui Trump ha potuto scegliere centinaia e centinaia di giudici, è perché erano rimasti vuoti tantissimi incarichi per via dell’ostruzionismo repubblicano – erano maggioranza al Senato – durante la presidenza Obama. Biden avrà più libertà di manovra anche in questo campo. Last but non least, la maggioranza al Senato, dà a Biden, sul piano legislativo, un certo margine su alcune leggi che riguardano il fisco e che richiedono una maggioranza semplice per passare, mentre tante altre leggi richiedono di superare i 60 voti. Questo apre anche la possibilità per i membri moderati repubblicani al Senato, persone che hanno condannato il comportamento di Trump, di votare insieme alla maggioranza democratica su alcune misure che non hanno nulla di “socialista”. Biden, ad esempio, vorrebbe rinnovare le infrastrutture del Paese, il che darebbe respiro all’economia americana. Questa è una misura che potrebbe attrarre un certo numero di voti repubblicani. Avere il 50% del Senato, grazie al voto in Georgia, apre più possibilità di compromesso e di consenso di quante esistevano un mese fa. Se prevarrà un senso di responsabilità, alcune divisioni nel Congresso potrebbero essere sanate e il lavoro di ricucitura di Biden avrebbe più chance di successo. L’America ha bisogno di un presidente “normale”, e non di uno “sciamano” alla Casa Bianca.