Bergamo depone le armi e apre le porte ai nuovi proprietari: con l’adesione degli azionisti stabili di Ubi non c’era più alcun dubbio sull’esito positivo dell’offerta pubblica di acquisto e di scambio (Opas) lanciata da Intesa Sanpaolo sulla ex Popolare. E infatti le adesioni hanno già abbondantemente superato la soglia oltre la quale scatta la fusione. Che velocizzerà il raggiungimento degli obbiettivi industriali dell’operazione, si sottolinea soddisfatti a Cà de Sass. L’Opas ha raggiunto il 71,91% del capitale Ubi, alla fine della giornata di martedì. La svolta, in mattinata. Quando i soci del Car, il patto bergamasco di consultazione che raccoglie il 18% delle azioni, alla fine ha detto sì. Proprio in quello che avrebbe dovuto essere l’ultimo giorno utile per farlo. Motivo: «Il parziale riconoscimento del valore economico della banca, ma soprattutto le ampie rassicurazioni ricevute». Precedentemente, il Car aveva definito l’offerta «ostile e inaccettabile». Evidentemente se ne aspettava un addolcimento, puntualmente arrivato quando Intesa Sanpaolo ha aggiunto 57 centesimi in contanti per ogni azione consegnata al concambio, che prevede il versamento di 17 titoli Intesa ogni dieci Ubi. In fondo basta poco per non esser più considerati barbari predatori, e crearsi rapporti di buon vicinato.

Col 18% dei pattisti, quindi, le adesioni superavano abbondantemente la quota del 50% più un’azione che consentiva all’istituto guidato da Carlo Messina di incorporare quello capitanato da Victor Massiah. Ma facendo due conti, si poteva prevedere che si sarebbe oltrepassato agevolmente quel 66,7% che consentiva la vittoria completa. E c’era ancora tutto il tempo, perché la Consob ha prorogato di due giorni, fino a giovedì 30 luglio, la scadenza dell’offerta, «per consentire agli azionisti di Ubi banca di disporre di un’informativa completa e corretta per un adeguato periodo di tempo» – spiega la Commissione di controllo sulle società e la borsa. Che ha fatto correggere l’informativa sull’Opas data da Ubi sul proprio sito internet perché «perlomeno incompleta». La banca orobica ha specificato di aver agito «sempre in coerenza con le richieste dell’Autorità, rispettando tempestivamente quanto da essa raccomandato».

In un esposto dell’Associazione azionisti Ubi alla Consob e alla vigilanza della Bce, si legge che «i dipendenti di Ubi, in conflitto di interessi, forniscono suggerimenti vietati». Una parte del documento è stato pubblicata da la Repubblica insieme a un audio in cui un consulente finanziario – secondo quanto riporta il quotidiano – in forza presso una filiale della banca oggetto dell’Opas consiglia in modo assai colorito a un suo cliente azionista di non aderire. Comunque stiano le cose, i due giorni in più davano un ulteriore vantaggio a Cà de Sass. Hanno aderito, o aderiranno all’ultimo momento come è consuetudine in questi casi, il fondo Silchester, che ha il 5,12% del capitale e gli altri investitori istituzionali. Resta un mistero il fondo Parvus, che ha l’8% di Ubi e dice di avere come clienti solo investitori stranieri non meglio identificati. Ma ormai Parvus può anche tenersi le azioni. Poco importa.

Tra l’altro, secondo due diverse fonti finanziarie che chiedono di non esser citate per motivi di opportunità legati al loro lavoro, venerdì scorso tra il 15 e il 18 per cento del capitale era passato da mani retail a quelle degli arbitraggisti: fondi speculativi che giocano sui dislivelli dei prezzi per ottenere profitto, e che nelle “scalate” quasi sempre vendono all’ultimo tuffo a chi sta vincendo. Di certo, i due giorni in più all’offerta di Intesa hanno fatto bene al portafoglio di quei fortunati che hanno comprato azioni Ubi il 27 luglio, quando avevano perso l’8,8% arrivando a 3,31 euro a causa dell’esaurimento dell’effetto Opas. Quella sera è arrivata la notizia della proroga. Il mattino dopo le azioni erano oltre quota 3,55. E si poteva ancora consegnarle a Intesa.

Con la fusione, nasce una banca da cinque miliardi di utile l’anno. Un colosso europeo che adesso potrà premere l’acceleratore sugli obbiettivi industriali definiti dall’ad Carlo Messina. I piani prevedono, tra l’altro, un impatto importante a livello di credito: 10 miliardi annui in più a imprese e famiglie, per tre anni. E poi 2.500 assunzioni nelle aree dove è attiva Ubi Banca. Saranno assunzioni di giovani: uno per ogni due “veterani” che sceglieranno di uscire su base volontaria. Inoltre, saranno create quattro direzioni regionali a Bergamo, Brescia, Cuneo e Bari. «Avranno grande autonomia nella gestione del credito», si sottolinea a Cà de Sass. E saranno affidate a dirigenti di Ubi.