Nello scorso fine settimana gli Stati Uniti hanno celebrato la festa dei Veterani dedicata a tutti i soldati statunitensi di tutte le guerre, dalla Rivoluzione americana all’Afghanistan. È una ricorrenza festosa del mese di maggio che gli americani celebrano con grandi picnic anche nei cimiteri militari. Le televisioni si sono però sbizzarrite a intervistare giovani sotto i trent’anni: «Contro chi è stata combattuta la seconda guerra mondiale?». Risposta: «Il Brasile?». E la prima? «Contro la Francia, ma non ricordo». E così via. Una serie di straordinari strafalcioni da cui si capiva soltanto che, almeno nei grandi numeri, i ragazzi statunitensi non hanno la più pallida idea della storia del loro Paese, del perché si chiamano americani e del passato comune, benché alcuni simboli, come l’uso familiare e plebeo della bandiera anche come canovaccio da cucina, e gli inni, mantengano vivo il display identitario.

E da noi? Come funziona la memoria? Passiamo direttamente alla domanda di riserva: chi e come mantiene viva la memoria di noi italiani? La risposta è facile: non ci pensa nessuno. Ormai lo sappiamo: lo strumento più complesso e accessibile di cui disponiamo sono le teche della Rai, formate come stratificazioni del tempo. In ogni Paese gli anni non si contano dalle date di battaglie ma dai jingle, le canzoncine della pubblicità, sicché da noi il servizio prestato da Carosello supera quello dell’enciclopedia Treccani, lasciamo stare i licei. Il Festival di Sanremo è tuttora trattato, con molto abuso di soldi e cortisone, come se fosse istituzionalmente l’album del nostro Dna, malgrado il fatto che il 95 per cento delle canzoni propinate siano men che mediocri, ma sostenute da investimenti sfarzosi che hanno un riconosciuto potere unificante, non importa che cosa unifichino.

Correva l’anno, inteso come jingle della storia, fa sempre riferimento a qualcosa che abbia lasciato un segno: film, pubblicità, moda, musica, raramente arte, editoria: queste sono le catene di aminoacidi su cui si forma l’elica genetica che ci dà l’impronta. E la rissa fra coloro che vogliono possedere quell’impronta per trasformarla in potere definisce lo spazio su cui si gioca il futuro di tutti. Ma in realtà quel potere non è rivendicato perché nessuno lo vuole ed è preferibilmente mummificato. Lo scontro consiste nell’impedire che venga gestito. George Orwell non aveva soltanto notato che nella Fattoria degli animali vigeva un tale rigido criterio di uguaglianza per cui alcuni animali erano meritoriamente più uguali degli altri; ma che chi controlla il passato (dunque la Storia), controlla il futuro. E che chi controlla il presente, controlla il passato. Un buon controllo del passato è sufficiente dunque per controllare il futuro. Se non si sa controllare il passato… Si può controllare l’anestesia e la lobotomia, meglio l’amnesia: meno rogne, basta che la legge sia uguale per tutti.

Quel delicato meccanismo che sbrigativamente chiamiamo “memoria” è il Gps che ci permette di viaggiare nel tempo, ma la memoria ha una caratteristica che tutti trascuriamo anche se la conosciamo. La memoria si accende soltanto in presenza di una emozione. Tutti coloro che imparano le tecniche della memoria per concorrere nei quiz televisivi sviluppano metodologie usate per migliaia d’anni nelle scuole greche e romane e rinascimentali, prima che arrivasse la stampa a caratteri mobili e facesse dimenticare questa tecnica che permetteva di recitare un testo appena letto in senso contrario, dall’ultima alla prima parola. La stessa Divina Commedia è un teatro della memoria, come quello creato dall’umanista Giulio Camillo Delminio. La memoria si può organizzare in scatole, case, archi, teatri, ma il punto centrale è che tutti ricordiamo soltanto quel che ha colpito i nostri sensi. Il memorabile deve essere sempre legato a marker semplici come l’orrore, il piacere, il disgusto, la disperazione, profumi e puzze, oscenità e merda, paura e terrore, la tenerezza ispirata dai cuccioli e l’angoscia di morte. Fate un controllo personale: tutti i ricordi indelebili sono legati a sensazioni memorabili.

E così abbiamo tutti una vaga ma ancora attiva percezione del fatto che esiste sia una memoria personale, con tracce di memoria collettiva, che però non è il solito “inconscio collettivo” di Carl Gustav Jung ma piuttosto un minestrone di frammenti condivisi, ricordati, allusi, i pettegolezzi geniali di Dagospia, tutto ciò su cui interviene la televisione che con il traino dei social forma quella instabile nitroglicerina che è l’identità comune. Tutto ciò è banale, perché sotto gli occhi e nella memoria di tutti, ma costituisce – guarda un po’ – un tabù. Non è prudente trattare la storia. Un tempo – il tempo di Peppone e Don Camillo – la politica si regolava pressappoco così: i cattolici e il papa curano la memoria come identità religiosa, mentre il Partito comunista cura la cultura, le case editrici, il cinema, i media. La sottilissima area laica, quella socialista radicale e liberal-libertaria non ha mai avuto la forza sufficiente fino alla fine della Guerra Fredda per inserirsi nel gioco dei grandi, ma poi il gioco dei grandi è finito e nulla e nessuno lo ha sostituito.

La televisione italiana non ha mai nemmeno voluto affrontare come archivio di sceneggiatura godibile neppure il Risorgimento italiano, salvo alcuni tentativi che non si sono mai scostati dall’agiografia monumentale. Pensate alla riserva del Western americano: Billy the Kid e Buffalo Bill, il colonnello Cody e Toro seduto, la Guerra di secessione e Via col vento, fino a Bonnie e Clyde e Al Capone o i Sopranos. Gli americani hanno magnificamente saccheggiato, maneggiato, manipolato e ricreato il loro recente passato dando vita a un’epopea identitaria basata sulla loro memoria, che è stata così potente da infiltrarsi nella nostra memoria attraverso Walt Disney e l’epopea Western, finita col nostro Sergio Leone che andò ad insegnare agli americani come amministrare cinematograficamente la loro memoria, ma che non se la sentì di filmare l’avventura di Carlo Pisacane massacrato coi suoi trecento a Sapri dai contadini. O di Felice Orsini che a Londra su consiglio di Giuseppe Mazzini si fece confezionare un paio di bombe da un bombarolo di fiducia da lanciare contro Napoleone Terzo, colpevole di fregarsene dell’Italia, mancandolo, per poi finire sotto la ghigliottina mentre alcuni suoi compagni si arruolavano nella cavalleria dell’esercito americano combattendo nella battaglia del Little Bighorn.