È come un cioccolatino ricoperto di stagnola colorata, una dichiarazione d’amore per i diciott’anni di un tempo, l’antico profumo di mughetto, la storia di una vita, il superfluo cui non si può rinunciare. È tutto questo e molto di più, il libretto di poesie che quest’anno l’avvocato Jacopo Pensa ha finalmente messo insieme e che ogni anno, una per volta, aveva vergato e poi donato a colleghi e amici per Natale. Un paio di volte anche per le vacanze. Con un garbo sottile, satira e ironia insieme, in queste centocinquanta pagine (Nel paese del diritto c’è talvolta buio fitto, edizioni Le Lucerne, sedici euro) racconta un po’ di storia sotto la toga, quella del penalista e anche del piemme e pure del ministro e del Presidente. E persino le edizioni rimembrano quel Bartolo da Sassoferrato che fu il massimo “lucerna juris”.

I versi vengono presentati da due Gran Signori. Pippo Baudo, che si annuncia come amico e quasi parente. E Tullio Padovani, avvocato e professore che manifesta una rara competenza su endecasillabo, settenario e ottonario e la loro relazione con i tempi della musica. Se non è poeta, questo Jacopo (di cui lui stesso ricorda esser nato lo stesso giorno mese e anno di Torquato Tasso, 11 marzo ’44), butta lì Padovani, «dovremmo trovargli un’altra qualifica denotativa. Ma quale?». Un avvocato milanese, solide tradizioni, medie dai salesiani (come Berlusconi, Confalonieri, Albertini e tanti altri), liceo Berchet, quello di sinistra ma che fu anche dominato da don Giussani, frequentato da Giorello, Pisapia, Pillitteri e tanti altri, tra cui la sottoscritta. Poi la Statale, facoltà di giurisprudenza. È la storia di una certa Milano, che poi si ritroverà unita nei versi dell’avvocato Pensa ma anche in un percorso politico (a favore o contro) che va da Craxi a Berlusconi e negli anni di Tangentopoli e in quel Palazzo di giustizia che diventerà una sorta di caput mundi.

Tutto comincia nel 1982, in modo un po’ casuale e con un vezzo di famiglia. Pochi versi: «Buon natale agli avvocati:/agli illustri, ai titolati,/ai seriosi, ai sorridenti,/agli ahimè nullatenenti…». Il foglietto è inviato a tutto il Foro di Milano. I più sono entusiasti, ma anche gli snob che sempre arricciano il naso e spesso invidiano, presero ad aspettare i versi di Jacopo Pensa ogni anno, ogni Natale. Guizzano fuori dalle pagine ogni anno i personaggi della nostra storia. Il 1985, in cui: «I Signori Magistrati/ sono proprio preoccupati/ han finito per sapere/ quanto logora il potere». Ne hanno ben d’onde, avendo a che fare non solo con il Presidente del consiglio Bettino Craxi, ma anche e soprattutto con l’inquilino del Quirinale Francesco Cossiga, quello che un bel giorno mandò addirittura i carabinieri al Consiglio superiore della magistratura.

C’è un buco, a un certo punto: si passa dal 1991, l’anno in cui molti magistrati a Milano affissero cartelli sui loro uffici perché non volevano essere molestati («avvocato pussa via/questa stanza è tutta mia»), al 1994, quando il grosso della bufera è ormai passato. Quando non c’è più la prima repubblica e il nostro Jacopo, troppo indaffarato come tanti avvocati milanesi nei due anni precedenti, ci offre il suo «Giro giro tondo/ qui si indaga tutto il mondo/ molto a destra, poco a manca,/ di indagar non ci si stanca», e poi «son venuti gli ispettori/ a indagar gli indagatori». E per chi ha memoria (e anche l’età), paiono sfilare i piemme e gli indagati più o meno eccellenti, e il procuratore Borrelli e il ministro Mancuso che osò toccare gli intoccabili.

E poi, con qualche salto, possiamo arrivare al 2007, alle inchieste di de Magistris e alle dimissioni di Mastella da ministro di giustizia: «un Piemme calabrese/ che ha avanzato le pretese/ di inserire quel Ministro/ nel fatidico registro». Il gomitolo si scioglie piano piano su tutte le vicende giudiziarie, ma anche imprenditoriali e calcistiche di Silvio Berlusconi, per arrivare al 2018 e 2019 con le strane vicende politiche dei governi gialloverde e giallorosso. Fino al nostro disgraziato 2020 con la sua pandemia. Non c’è tragedia, come non c’è stata neppure nei versi dei fatti più pesanti, neppure nella lunga filastrocca dei giorni nostri, quando «Nel palazzo di giustizia/ solo entrare fa notizia» e il processo quasi non esiste più, la presenza degli avvocati è considerata un intralcio e, quando aspetti insieme al tuo assistito con il cuore in gola la sentenza, non puoi neanche più spiare dalla faccia del cancelliere o del giudice come è andata: «Or ti mandano una pec/ con linguaggio molto sec/ la condanna è di trent’anni…».

Quando un appuntamento è un assembramento e tutto va veloce, tutto sotto traccia, e nessuno riesce a difendersi, persino tra le alte sfere di quelli che indossano la “toga giusta”, quella di chi accusa: «Hanno accolto al Ciesseemme/ le richieste del Piemme/ Palamara ha esagerato/ e deve essere radiato./ L’han cacciato via dal tempio./ Al momento di lasciare,/ l’han sentito pronunciare/ una frase lì per lì:/ ah tu quoque fili mi!». Tra le Odi agli amici, che chiudono le lettere natalizie agli avvocati, mi piace quella leopardiana, in cui si alternano endecasillabi e settenari, “A Silvio”. È scritta nel 1980, parla di un imprenditore capace e ”tostarello” e della sua carta vincente dell’epoca, “il nero Ruud”. Il grande Gullit.