Nelle mani della magistratura. La pandemia giudiziaria era prevedibile, l’abbiamo prevista oltre un mese fa, e ora è arrivata. Nelle mani dei pubblici ministeri di Bergamo per ora ci sono i massimi vertici del governo –Presidente del consiglio e due ministri – e della Regione Lombardia, il Presidente e un assessore. Tutti testimoni, naturalmente. “Persone informate dei fatti”, e i fatti sono i tanti morti uccisi da un virus sconosciuto e violento in Lombardia e in particolare nella bergamasca, dove si sarebbero dovuti chiudere come “zona rossa” i comuni di Nembro e Alzano, ma ci furono inspiegabili ritardi e il virus poté procedere indisturbato. La convocazione del Presidente del consiglio per oggi ha scatenato i soliti schieramenti da curva sud, o nord. Commentatori dei principali giornali ed esponenti politici non ci hanno risparmiato le proprie “verità”: chi doveva prendere l’iniziativa, in quei primi giorni di marzo, per delimitare i paesi della Val Seriana, come era stato già fatto dal governo per Codogno?

Il direttore dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, interrogato due giorni fa, ha ricordato di aver firmato il 3 marzo un verbale in cui si dava atto all’assessore della Regione Lombardia Giulio Gallera di aver chiesto la chiusura dei comuni di Nembro e Alzano. E ha ricordato il dissenso del presidente Conte e del ministro alla sanità Speranza, i quali tergiversavano. E preferirono successivamente dichiarare l’intera Lombardia come “zona arancione”. Anche la pm Maria Cristina Rota si è già sbilanciata, ritenendo che fosse responsabilità del governo prendere quella decisione, come dimostrato dalla presenza in quei giorni delle forze dell’ordine già schierate a delimitare il territorio. Ma è anche vero che qualche governatore di altre Regioni aveva forzato la mano. Si sono autodenunciati, ma solo per sostenere il governo, De Luca e Bonaccini. Dimenticando che altri, come il governatore delle Marche, che aveva chiuso di propria iniziativa le scuole, aveva subito le rimostranze del ministro Boccia. Forse anche il governatore della Lombardia avrebbe potuto agire di testa propria. O forse no.

Ma si tratta, eventualmente, di responsabilità politiche. È incomprensibile il fatto che se ne occupi la magistratura. Non solo quella di Bergamo, anche a Milano ci sono diverse inchieste aperte. Finiranno in niente, crediamo. Anche perché il reato di “epidemia colposa” è pressoché indimostrabile, in quanto comporterebbe una condotta attiva, più che omissiva. È una questione non solo tecnica, che ben dovrebbero conoscere, per esempio, gli avvocati che stanno mettendo insieme comitati (che ormai spopolano su Facebook) di parenti di persone decedute per il virus, e che manifestano davanti alle procure chiedendo “verità”. Ma quale verità? Qui si apre un altro capitolo, quello del dolore che si fa rabbia, quello di un’elaborazione del lutto faticosa perché legata a qualcosa di tremendo, improvviso e incomprensibile piombato nelle case e nelle vite di troppe persone. Queste persone si mettono nelle mani di chi “ne sa di più” e magari promette loro di arrivare a qualche forma di risarcimento. Ma non sarà così, ed è straziante vedere persone che mostrano la foto dei loro cari che non ci sono più, come se si trattasse di dispersi di guerra. È inutile cercare le colpe e scatenare la caccia alle streghe per errori dovuti solo all’impreparazione davanti all’ignoto.

E bisogna stare anche molto attenti. Perché per ora gli opposti schieramenti hanno preso di mira il mondo politico. Gli avvocati di sinistra dei comitati si affrettano a dichiarare che la deposizione di oggi di Conte è un “atto dovuto”, ma lasciano intendere che ben diverse sono le responsabilità della regione Lombardia. Matteo Salvini ha già condannato il governo con sentenza di cassazione e il quotidiano Libero ci dice che è “fallito il golpe anti-Fontana” e già prevede che (purtroppo) sarà difficile inquisire Conte. Senza domandarsi perché mai dovrebbe essere indagato e quali reati abbia commesso. Il rischio vero, mentre si cercano gli untori (sempre nel giardino del vicino), è che la novella pandemia giudiziaria rischia di travolgere, prima o poi, il personale sanitario. Nessuno lo vuole, per ora, e tutti si sgolano a negarlo. Ma sarà inevitabile, una volta partita la macchina giudiziaria. Perché nei tanti esposti contro ignoti c’è dentro un po’ di tutto. Ci sono le lamentazioni di tante cose che non hanno funzionato. Hai chiamato il 118 a non arrivava mai? Il medico di famiglia non è mai venuto a visitare tuo padre? Un parente è deceduto in casa senza poter essere ricoverato? Oppure è andato in ospedale per patologie diverse dal Coronavirus e lì si è infettato? Eccetera eccetera.

La situazione rischia di diventare gravissima, anche perché in Italia, contrariamente a quel che accade per esempio in Francia o negli Stati Uniti, è prevista ancora la responsabilità dei medici per fatti colposi. Cosa che non accade per esempio per i magistrati. In attesa di una riforma che con questi chiari di luna non è neanche ipotizzabile, bisognerebbe prima di tutto ripescare quell’emendamento al decreto Cura Italia inutilmente presentato dal senatore Marcucci, capogruppo del Pd, per la creazione di una sorta di cordone protettivo per personale e strutture sanitarie, in modo che siano al riparo da denunce civili e penali. Una norma emergenziale al contrario, di tipo garantistico. In modo analogo si erano pronunciati anche Gustavo Zagreblesky, che ha proposto una causa di non punibilità che liberasse tutto il personale sanitario dalla possibilità di esser sottoposti a processo per la propria attività nel periodo del virus. E il sostituto procuratore generale di Bologna Walter Giovannini, in un’intervista al quotidiano La verità, aveva previsto la depenalizzazione dell’ipotesi colposa nella responsabilità del personale sanitario come norma generale e non solo emergenziale.

Ma di tutto ciò non si parla. Si preferisce trastullarsi sul “chi doveva prendere l’iniziativa” per far fare un po’ di gogna mediatica all’avversario politico. La verità è che il nostro Paese con le sue istituzioni, nazionali, regionali e locali, ha compiuto un grande sforzo di fronte a un nemico sconosciuto e aggressivo, con una classe medica e infermieristica coraggiosa e professionale come poche al mondo. Per quale motivo ora dovremmo buttare tutto in vacca, affidando la sorte del dopo-virus ai pubblici ministeri, cioè alla categoria in questo momento più squalificata? Eppure è proprio ad alcuni di loro che vogliamo rivolgerci, alla pm Tiziana Siciliano di Milano come alla pm Maria Cristina Rota di Bergamo: perché non lasciate che sia la politica a risolvere i problemi politici e a stabilire le reciproche responsabilità?