Alla fine dello scorso mese di aprile, la Giunta militare golpista del Mali ha dovuto prendere atto di un’amara realtà: la nuova alleanza anti-governativa fra i ribelli Tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) e le milizie jihadiste del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (JNIM) aveva conquistato dopo duri combattimenti l’importante città settentrionale di Kidal, e sconfitto in varie altre zone del Paese le Forze dell’Esercito maliano (FAMA) sostenute dalle truppe russe dell’Africa Corps. Inoltre, in un attentato nella località di Kati, nei pressi della capitale Bamako, era stato ucciso dagli insorti il Ministro della Difesa, Sadio Camara, architetto dell’alleanza militare con la Russia, nata immediatamente dopo la cacciata da parte del Governo maliano dei circa 5 mila soldati francesi dell’Operazione Barkhane, nel 2023.

Sicuramente un brutto colpo per l’esecutivo guidato dal Generale Assimi Goita, al potere a seguito di due putsch militari successivi, nel 2020 e nel 2021, il quale aveva garantito che il suo Governo avrebbe sconfitto definitivamente il terrorismo jihadista, e riconquistato i territori fuori controllo, a differenza di quelli precedenti sorretti dalla Francia e dai soldati inviati da Parigi. Oltre che uno smacco per il Governo golpista, la cocente sconfitta sul campo di battaglia ha creato ulteriori crepe nel rapporto fra i mercenari russi dell’Africa Corps e l’esecutivo di Bamako, ed insinuato dubbi nelle popolazioni maliane, a loro volta fiduciose che il sostegno di Mosca sarebbe stato più efficace di quello francese nella lotta contro JNIM e le altre sigle del terrorismo islamico. Già in precedenza l’alleanza di comodo fra Africa Corps ed esercito maliano aveva scricchiolato, come nella circostanza dell’attacco armato dei jihadisti del JNIM all’aeroporto di Bamako nel settembre 2024, o nella battaglia di Tinzawaten, nel luglio dello stesso anno.

Su queste stesse pagine avevamo riportato vari commenti negativi dei mercenari russi impegnati in Mali circa le scarse capacità operative delle Forze armate governative maliane, di cui si trova traccia sul sito web All eyes on Wagner, specificamente dedicato alle attività militari di Mosca nel Sahel. Anche se il Presidente Goita, qualche giorno dopo l’attacco subìto, ha riconfermato la volontà di proseguire il rapporto di collaborazione in ambito securitario con l’Africa Corps, le forze russe non hanno consentito di compiere finora alcun salto di qualità nella lotta contro il terrorismo islamico e contro la contemporanea destabilizzazione nelle regioni del nord provocata dai tuareg del FLA. Per di più, a differenza del precedente sostegno francese a carico di Parigi, il costo dei mercenari russi della Wagner e poi dell’Africa Corps è finora ammontato, dalla fine del 2021, a quasi un miliardo di dollari per le poco floride casse dello Stato maliano. L’effetto più immediato delle sconfitte riportate sul campo di battaglia sono una serie di dissapori e tensioni, anche contro lo stesso Presidente Goita, all’interno della Giunta maliana, mentre da parte della Russia lo sforzo securitario in Sahel non sembra più prioritario come qualche tempo fa. Difficile infatti per Mosca aumentare il numero degli effettivi in Mali rispetto agli attuali duemila soldati circa, quando prosegue da quattro anni la guerra in Ucraina e si moltiplicano le aree di tensione internazionale, di maggiore impatto sull’economia e sugli interessi russi.

Malgrado il coinvolgimento di Mosca, nel 2024 e nel 2025 il Mali ha continuato a figurare, secondo il Global Terrorism Index, fra i Paesi con il numero maggiore di vittime causate da eventi terroristici, insieme al Burkina Faso e al Niger, tutti Paesi saheliani retti da giunte militari legate a filo doppio alla Russia. Peraltro l’alleanza militare fra i tre Stati limitrofi del Sahel non ha di fatto replicato in alcun modo all’ultimo attacco del 27-28 aprile, mostrando a sua volta la propria debolezza sul terreno. Ci si interroga adesso se possa essere imminente la caduta definitiva di Bamako, sottoposta ad un blocco del JNIM da alcuni mesi, e dei militari che governano il Paese da 5 anni. I gruppi Tuareg e quelli jihadisti hanno in realtà agende strategiche differenti: la liberazione delle regioni settentrionali dell’Azawad per i primi, ed il controllo di singole zone del territorio maliano per i secondi, in attesa che un eventuale nuovo Governo in Mali mostri delle aperture ad un negoziato di compromesso con il JNIM su scala nazionale. Prendere la capitale con le armi comporterebbe per i gruppi eversivi l’onere di amministrare un Paese fra i più problematici in Africa, e ciò non pare rientrare fra le loro intenzioni. Resta il fatto che la più gran parte del territorio del Paese è sfuggito totalmente di mano alla Giunta militare – la quale prometteva invece di riconquistarlo – e che le popolazioni locali continuano a patire povertà e insicurezza, da cui neanche Mosca sembra riuscita a riscattarle.

Giuseppe Mistretta

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