Il rapporto annuale Invalsi avrebbe dovuto far saltare gli amministratori pubblici della Campania – inclusi gli aspiranti sindaci di Napoli – sulle rispettive poltrone. I dati contenuti, infatti, sono più che allarmanti. In Campania il 64% dei diplomati non matura le competenze minime in italiano e, per quanto riguarda inglese e matematica, quella quota tocca rispettivamente il 68 e il 74%. Tutto ciò contribuisce a far schizzare al 20%, a fronte di una media nazionale leggermente superiore al 9, la dispersione scolastica implicita, cioè quel valore che indica gli studenti diplomati ma privi delle competenze minime. Questi numeri restituiscono la fotografia di una scuola devastata dalla didattica a distanza (Dad) e non è un caso che a far registrare le peggiori performance siano gli studenti di Campania e Puglia, cioè delle regioni in cui le lezioni in presenza sono state sospese per più tempo.

Le conseguenze di questo scenario sono ancora più preoccupanti. Campania e Puglia, infatti, sono – o, meglio, sarebbero – le regioni chiamate a trainare la ripresa economica del Mezzogiorno travolto dalla crisi sanitaria ed economica. Difficile che riescano a interpretare questo ruolo con tanti giovani incapaci di conseguire gli obiettivi minimi di apprendimento e, di conseguenza, destinati a un eterno precariato o quantomeno a un ruolo marginale in un mercato del lavoro plasmato sulle competenze. Anche perché, come qualcuno ha giustamente sottolineato, una generazione con una preparazione tanto lacunosa non sarà mai in grado di dare un ricambio all’attuale classe dirigente.

Una simile prospettiva dovrebbe suggerire ai pubblici amministratori un cambio di rotta rispetto a questi primi 16 mesi di pandemia. Invece il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, continua a minacciare la didattica a distanza nel caso in cui almeno l’80% degli studenti non dovesse essere vaccinato entro settembre: come se la risposta all’emergenza potesse consistere sempre e comunque nelle chiusure a oltranza anziché in strategie capaci di consentire il normale svolgimento delle attività. Altrettanto grave è il silenzio che i candidati sindaci di Napoli alimentano su un tema tanto cruciale come quello dell’istruzione. Il sindaco uscente Luigi de Magistris ha giustamente denunciato l’aumento del tasso di abbandono scolastico determinato dalla Dad, ma poco ha fatto per far sì che gli studenti napoletani potessero tornare in classe in sicurezza. L’aspirante governatore della Calabria avrebbe dovuto riorganizzare, in base alla legge 53 del 2000, gli orari di uffici, trasporti pubblici e altre attività, in modo tale da «migliorare la qualità della vita e tutelare ambiente e salute». Peccato che non abbia fatto niente di tutto ciò.

Ecco perché sarebbe il caso che i vari Antonio Bassolino, Alessandra Clemente, Sergio D’Angelo, Gaetano Manfredi e Catello Maresca spiegassero ai napoletani come intendono contribuire alla necessaria ripresa delle lezioni in presenza. Adotteranno il piano degli orari che a Napoli e dintorni manca da più di vent’anni? Riorganizzeranno il trasporto pubblico, magari affidando parte del servizio ai vettori privati che ora risentono del calo dei flussi turistici? In alternativa, su quali strategie punteranno? A queste domande va data risposta subito. Non solo perché l’inizio dell’anno scolastico e le lezioni sono più vicini di quanto sembri, ma soprattutto perché in gioco ci sono il futuro di Napoli e del resto della Campania.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.