Siamo al punto in cui le parole devono farsi adulte. La guerra tra Israele e Iran, entrata ormai nella quarta settimana, non consente più né la comoda retori-ca del “cessate il fuoco” pronunciato come formula magica, né la soddisfazione brutale di chi scambia ogni colpo inferto al nemico per un progresso della civiltà. Il conflitto si è allargato, ha colpito infrastrutture energetiche, ha quasi paralizzato Hormuz, ha rimesso in questione la sicurezza globale e ha mostrato ancora una volta che nel mondo reale il diritto, da solo, non basta se non incontra la forza; ma la forza, da sola, decade presto in violenza se non incontra un fine politico e morale.

Per questo l’Europa dovrebbe smettere di oscillare tra infantilismo pacifista e passività strategica. Non basta dire che ogni guerra è un male, perché questo è ovvio. La vera domanda è come una civiltà democratica affronti un male storico senza perdere se stessa. Israele e Stati Uniti restano, con tutti i loro errori, i nostri alleati. Un’alleanza non è un sacramento di impeccabilità. Non si scelgono gli alleati in base alla loro purezza, ma in base alla collocazione storica, istituzionale e civile dentro cui si muovono. Questo non impedisce di criticare Netanyahu, né impedisce di desiderare un’altra America; impedisce però di cadere nella favola moralistica secondo cui l’Occidente sarebbe il colpevole principale per definizione e i suoi nemici, per ciò stesso, diventerebbero comprensibili o quasi assolti.

Qui bisogna dirlo con chiarezza: il regime iraniano non è una sovranità co-me le altre, ferita soltanto da un’aggressione esterna. È una teocrazia repressiva che da anni umilia donne, dissidenti, minoranze e oppositori. Desiderarne la caduta non è fanatismo bellicista; è un giudizio morale e politico legittimo. Ma proprio perché il regime va distinto dal popolo iraniano, ogni compiacimento per la devastazione, ogni leggerezza verso i morti, ogni estetizzazione della guerra sarebbe non solo disumana, ma anche politicamente miope. Non si libera un popolo amando la sua sofferenza. E non si costruisce un ordine migliore senza sapere che cosa dovrebbe nascere dopo. È qui che, paradossalmente, ci può aiutare una memoria antica: Virgilio e la sua Eneide, che non è il poema della guerra felice. È il poema della pietas. Enea non combatte perché la guerra lo esalti, ma perché la storia, nella sua tragicità, a un certo punto glielo impone. La sua grandezza non sta nel gusto del dominio, ma nel peso del compito. Questa è forse la lezione più europea che abbiamo dimenticato: la guerra, quando diventa necessaria, resta comunque una sciagura; la si affronta senza idolatrarla, senza trasformarla in liturgia morale, senza credere che il sangue produca da sé la giustizia. La forza, in questa tradizione, è triste necessità, non ebbrezza.

Perciò l’Europa dovrebbe assumere una posizione più matura e più sua. Solidarietà piena verso le popolazioni civili, israeliane, iraniane, libanesi, palestinesi, colpite da un’escalation che travolge spesso chi non decide nulla. Sostegno fermo alla sicurezza di Israele e alla tenuta dell’Occidente. Pressione politica reale affinché l’azione militare non perda il senso del limite, della proporzione e dell’obiettivo strategico. E insieme, finalmente, costruzione di un’autonoma ca-pacità europea di deterrenza, difesa, intelligence, energia e diplomazia. Un conti-nente che vuole contare non può limitarsi a commentare gli eventi con un linguaggio etico astratto mentre altri fanno la storia, nel bene e nel male.

V’è poi una memoria moderna: Cassino, la sua abbazia, simbolo profondo. Città martire, città distrutta, città ricostruita, ci ricorda che la memoria non serve a dividere il mondo tra puri e complici, ma a renderci più seri davanti al tragico. L’Europa porta ancora dentro di sé il trauma della Seconda guerra mondiale: un continente lacerato, invaso, salvato anche da potenze straniere, e mai fino in fondo pacificato con la propria debolezza. Finché non elaboreremo questo trauma, continueremo a guardare i conflitti da una posizione oscillante: ora moralistica, ora subalterna, ora istericamente pacifista, ora improvvisamente muscolare. Invece abbiamo bisogno di una nuova coscienza europea: aperta, sì, ma non inerme; capace di pietà, ma non di autoannullamento.

C’è poi un altro fronte, meno visibile e non meno decisivo: la guerra delle narrazioni. La disinformazione non è “solo Russia”. È un fenomeno trasversale che attraversa l’intero ecosistema informativo, sfrutta i social, la velocità, le emozioni, la polarizzazione, e trasforma ogni conflitto in una macchina di semplificazione morale. Da una parte la propaganda che santifica ogni azione occidentale; dall’altra quella che demonizza Israele come male metafisico e scivola, spesso senza confessarlo, in una nuova forma di antisemitismo travestito da pura co-scienza umanitaria. Per i più giovani, la vera difesa democratica non sarà solo tecnica ma educativa: ricostruzione del senso, responsabilità del linguaggio, capacità di distinguere tra compassione e manipolazione.

L’Europa, oggi, non ha bisogno di anime belle che neghino la realtà della forza, né di cinici che neghino la realtà del dolore. Ha bisogno di una politica della pietas: vedere la sofferenza, non smarrire l’alleanza, capire la necessità della sicu-rezza, desiderare la fine del regime iraniano, ma senza fare della guerra una religione. È una posizione scomoda, certo. Ma le posizioni serie, nella storia, lo sono quasi sempre.

Stefano Maria Capilupi

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