Editoriali
La scossa di Boris il biondo all’Europa, la lezione di Johnson ai leader Ue a prescindere dalla simpatia per Trump
Chi ha dato per spacciato lo spirito indomito dei conservatori inglesi ha fatto male i conti. Vale ancora di più per i vecchi leoni che, nel bene o nel male, per anni hanno incarnato quello stile tutto British del fare politica che ha una storia unica e inimitabile. Tra questi, con luce e ombre, c’è sicuramente il cavallo di razza Boris Johnson.
Non più ai vertici del partito e in sella come allora ma comunque una voce molto ascoltata che ancora ruggisce e graffia dalle colonne della stampa britannica e nelle conferenze in giro per il mondo. È il caso del recente incontro dove Boris il biondo è intervenuto in questi giorni, ospite del Link Media Festival di Trieste. Johnson non ha peli sulla lingua, si sa, e non ha usato giri di parole per dire che l’Europa non dovrebbe avere alcun dubbio nel sostenere l’azione di Trump nel canale di Hormuz. Certamente in nome di quella storica alleanza che unisce le due sponde dell’Oceano. Ma soprattutto perché di mezzo ci sono interessi che arrivano anche prima della politica e delle simpatie o meno verso l’inquilino della Casa Bianca.
È quantomeno curioso che proprio da lui, che certamente non è mai stato un simpatizzante dell’Unione, arrivi una bacchettata di quelle sonore sulle dita di un’Europa poco propensa, secondo l’ex premier, a difendere gli interessi del nostro continente. Ciò che sfuggirebbe ai governi europei è che ci troviamo di fronte a quella che ha battezzato Terza Guerra del Golfo. Le prime due, nel 1991 e nel 2003, prevedevano un piano chiaro che ci vedeva protagonisti con diverse posizioni, chi pro e chi contro. Ma con una consapevolezza e senza alcun dubbio su quali fossero gli amici e i nemici e quali i loro obiettivi. Oggi, in Iran, le condizioni sono ribaltate, e, va detto, non per nostra scelta. Ma è un fatto che gli avvenimenti ci abbiano colti impreparati. Mentre, infatti, Trump ammassava truppe nel Golfo, gli europei erano ancora fermi alle sue roboanti uscite sul destino della Groenlandia.
Gli Stati Uniti si sono mossi senza che nessuno da questa parte dell’Atlantico fosse consultato. Johnson non ha dubbi, si è trattato di “un disastro drammatico. La responsabilità è dell’America ed è stato un vero abbaglio”. Ma questo a suo parere non assolve Bruxelles dalle proprie responsabilità. Anzi. E poiché a pensar male si può anche fare peccato ma ci si piglia, la coincidenza del protagonismo di Boris con la voglia di interventismo di Starmer fa pensare che quando l’ora si fa più buia è ancora oltre manica che occorre guardare per avere una lezione di europeismo. Che l’Inghilterra non sia più quella di Churchill è un fatto ma che non abbia ancora perso la velleità di essere una delle guide del nostro continente è altrettanto palese. E in questo momento in cui da Bruxelles altro non arriva che tentennamenti e rompete le righe, perfino rispolverare il ciuffo scompigliato di un vecchio premier può fare la differenza. A proposito di ciuffi scompigliati, il presidente americano darà per una volta ascolto ai richiami di Johnson o farà ancora spallucce verso i minuetti alla brussellese?
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