C’è un futuro per la sinistra? E se sì, quale? Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli storici e sociologi della politica europei: Marc Lazar. Studioso di populismi e movimenti di sinistra in Europa, specializzato nella politica francese e italiana, è professore di storia e sociologia politica alla facoltà di Scienze Politiche di Parigi, dove è anche direttore del Centro d’Histoire e presidente del Consiglio consultivo, e alla Luiss Guido Carli di Roma. È inoltre presidente della Luiss School of government.

Sinistra: è una idea, un concetto, una visione ancora spendibile o è una categoria della politica da archiviare?
Filosoficamente, sinistra e destra hanno ancora un certo senso in alcuni Paesi perché, per riprendere la famosa definizione di Norberto Bobbio, la sinistra è legata all’idea o all’ideale di eguaglianza. Chi è di sinistra pensa che le diseguaglianze non sono accettabili e che dunque bisogna avere un’azione pubblica per correggere queste diseguaglianze, cancellarle o quanto meno ridurle. Questa è una riflessione filosofica. Nella realtà, quello che vediamo è che attualmente i partiti di sinistra, sono più in difficoltà. In termini di offerta politica la sinistra è oggi in crisi. O per meglio dire, le sinistre, perché se c’è questa idea filosofica unificante delle eguaglianze, vi sono poi diverse sensibilità all’interno della sinistra per quel che concerne le politiche atte a correggere le diseguaglianze. La sinistra, soprattutto quella socialdemocratica che ha avuto maggiori compiti di governo, paga fortemente la disillusione dei ceti più deboli e precarizzati rispetto alla sua capacità di praticare riforme in grado di dare risposte concrete a un crescente disagio sociale. E questi ceti, quando vanno a votare e non si astengono, sono attratti dai messaggi, dalle promesse dei partiti populisti di destra che promettono un interventismo dello Stato a garanzia della comunità nazionale “pura” e orientano il malcontento contro il nemico della porta accanto, i migranti, gli extracomunitari etc. Ciò che possiamo aggiungere è che l’antagonismo destra-sinistra, oggi più che in passato, è molto più complesso e attraversa, trasversalmente, i due schieramenti. Questo perché ormai ci sono diversi antagonismi che fanno esplodere sia la sinistra che la destra.

Qualche esempio?
La questione dell’Unione europea: c’è una parte della sinistra che si oppone all’Unione europea e c’è anche una parte della destra che ha lo stesso atteggiamento; c’è una parte della sinistra che è favorevole, così pure della destra. Altro esempio: la globalizzazione. Anche qui: c’è una parte della sinistra che è molto critica verso la globalizzazione, quasi pronta ad assumere posizioni sovraniste, e c’è una sinistra che pensa, invece, che occorra accompagnare il fenomeno della globalizzazione, convinta che non si possa lottare contro questo processo ma che si debbano trovare forme di regolazione.

Massimo Cacciari, su questo giornale, ha sostenuto che la sinistra , almeno in Italia, è malata di “governismo”. È una diagnosi impietosa?
Credo che in Italia sia vero che il problema storico della sinistra, nell’era della Repubblica, era la sua grande incapacità a governare a livello nazionale. La sinistra italiana storicamente era molto brillante intellettualmente, ed ha esercitato una enorme influenza su questo piano sia a livello europeo che mondiale, ma al tempo stesso era abbastanza impotente politicamente a livello nazionale. Basta ricordare la difficile esperienza del centrosinistra negli anni ’60 e il fatto che il Pci, sempre a livello nazionale, non poteva essere al potere sino alla sua scomparsa. Poi ci sono state diverse esperienze: c’è stata quella del Psi di Bettino Craxi, dall’83 all’87, e successivamente le diverse esperienze del centrosinistra all’epoca di Romano Prodi o di Massimo D’Alema, ad esempio. Soprattutto in queste ultime esperienze, il centrosinistra, con o senza trattino, ha governato tentando di fare riforme ma non ha sempre, ed è il minimo che si possa dire, convinto la sua base elettorale della qualità delle riforme che ha fatto. Mi sembra che uno dei grandi problemi della sinistra italiana, oggi, sia quello di fare un vero bilancio delle sue esperienze di governo per cercare di ripensare il suo progetto di governo, soprattutto nella situazione che si annuncia di gravissima crisi economica e sociale dopo la pandemia.

C’è chi sostiene che il vero deficit politico che grava, non solo sull’ Italia, ma pensiamo anche alla Francia, non sia tanto la mancanza di leadership ma l’assenza di pensiero.
Io non scinderei le due cose. Manca un leader, e nella politica attuale, molto personalizzata, in una democrazia molto mediatica, c’è la necessità di avere un leader o una leader. È chiaro che attualmente nel Pd, come nel Partito socialista francese, ma il discorso può valere anche per la Spd tedesca o per il Labour britannico, c’è un deficit di leader. E questo indubbiamente pesa. Ma non solo. Non solo perché è altrettanto vero che mancano visioni, idee, progetti. Se guardo alla più importante forza progressista italiana, il Pd, è francamente difficile capire quale sia il suo progetto, quale l’identità. Manca un pensiero ma esiste anche un grave deficit di leadership. È tutto da ripensare e con la necessità di riparlare, di ristabilire un nuovo rapporto con i ceti più popolari, più esclusi, che soffriranno ancora di più con la crisi economica e sociale post-pandemia; ceti che si sentono abbandonati, esclusi, che non capiscono più quello che possono fare nelle nostre società. E manca anche una riflessione sul modo di fare politica, sulla comunicazione politica. Bisogna fare come Salvini o bisogna ripensare totalmente un altro stile politico? E che tipo di rinnovamento dei partiti fare? Insomma è vero, per rispondere alla sua domanda, che manca un leader ma pesa anche un’assenza di pensiero e di progettualità su problemi cruciali: rapporto con i ceti più popolari, che tipo di Europa, quale globalizzazione, che tipo di partito, che tipo di strategia. Tutte queste domande per il momento rimangono senza risposte chiare.

Basta rilanciare un generico europeismo per dare appeal ad una sinistra che guardi al futuro in una ottica di cambiamento?
La prospettiva europea sicuramente è una necessità assoluta, specialmente in Italia…

Perché specialmente per l’Italia?
Perché l’Italia che era, come tutti sanno, il Paese più favorevole all’Europa, è divenuto un Paese molto più scettico sull’Unione Europea e anche sulla moneta unica. Avete conosciuto quattro momenti di quello che io chiamo un “amore deluso” con l’Europa. Prima tappa di questo processo di disamoramento: con la moneta unica, l’euro, non c’è stato quel miracolo economico che molti italiani si aspettavano. La seconda tappa è stata la crisi finanziaria ed economica del 2008, con l’aumento della disoccupazione, le ineguaglianze, la povertà. Prima del Covid-19, l’Istat stimava che vi fossero 5 milioni di poveri in Italia. Terza tappa è stata la crisi dei migranti a partire dal 2014, nella quale, giustamente, gli italiani si sono sentiti abbandonati dall’Unione europea nel suo complesso, e non solo dalla Francia e dall’Austria. La quarta tappa è stato l’inizio del Covid-19, quando l’Italia è stata colpita per prima e non ha avuto il minimo di solidarietà della Banca centrale europea, della Commissione europea, della Francia e della Germania. Questo a metà marzo. Poi è cambiato tutto, con cifre molto importanti di sostegno della Bce, della Commissione europea. Il problema per la sinistra è quello di riuscire a convincere che grazie all’Europa, l’Italia potrebbe uscire da questa crisi post Covid-19. Ma bisogna concretizzare questa politica, perché questi numeri enormi, 125 miliardi o anche di più per l’Italia, possano significare qualcosa per la gente, avere ricadute concrete, significative sulla loro vita. Il problema è che gli italiani, ma il discorso vale anche per i francesi, non vedono la concretezza di questi miliardi. Ciò significa, per il Pd e per quanti si collocano a sinistra, avviare una riflessione su come usare questi soldi, che farne, quali riforme attuare. E poi credo sia fondamentale avviare una battaglia politica sulla questione europea. In Italia, quelli che sentiamo di più sono i partiti politici e i leader critici verso l’Europa, come Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Sono loro che in continuazione attaccano l’Unione europea: le forze del centrosinistra dovrebbero essere capaci di rispondere sul punto, anche in termini di valori, per dire, e questa è una battaglia culturale oltre che politica, come è assolutamente impossibile pensare che l’Italia potrebbe farcela nel mondo di oggi, da sola. Come è impossibile per la Francia e la Germania. L’unica soluzione è europea. Con, forse, una Europa diversa, però questa battaglia politica e culturale è una necessità ormai assoluta in Italia, vista l’importanza dello scetticismo nell’opinione pubblica.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.