Il contesto napoletano è un contesto in cui l’illegalità è diffusa, la camorra è poco frazionata, il potere criminale è nelle mani di pochi e storici clan che manovrano piccole ma violente bande di delinquenti spari in ogni quartiere della città e della provincia, e le collusioni con il mondo della politica, della pubblica amministrazione e dell’imprenditoria rischiano di essere assai ramificate. L’emergenza Covid non ha fatto altro che amplificare alcune criticità già esistenti, in tema di precarietà lavorativa e di crisi delle imprese per esempio, creando nuove opportunità per il proliferare di illegalità varie. È a questo scenario che bisogna guardare quando si parla di rapporto tra territorio e giustizia, tra carichi dei tribunali e riforme necessarie per alleggerire il peso e i tempi del sistema giudiziario. Nel Palazzo di Giustizia la realtà del territorio arriva sotto forma di numeri di indagini e di processi.

Pur considerando che una buona parte si risolve in archiviazioni o assoluzioni, resta significativo il dato numerico sui procedimenti in corso: nel settore penale i Tribunali del distretto di Napoli contavano a inizio anno 107.283 processi pendenti. Vuol dire che ci sono oltre 107mila storie che attendono una risposta da parte della giustizia. Quanto alla tipologia di reati che caratterizza la realtà territoriale campana, l’ultima relazione della Dia (Direzione investigativa antimafia) descrive uno scenario in cui la camorra si rafforza in un tessuto sociale molto complesso e si infiltra nell’economia locale puntando a settori come videogiochi, ristorazione, comparto turistico-alberghiero, edilizia, rifiuti. I dati dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati dalla criminalità organizzata lo confermano: nella regione sono in corso procedure per la gestione di 2.360 immobili confiscati mentre 234 sono state già destinate, fra abitazioni, terreni, imprese edili, strutture ricettive e attività commerciali.

A ciò bisogna aggiungere che la precarietà occupazionale, congenita in alcune aree della Campania, continua ad essere una leva per le organizzazioni criminali più consolidate che si sostituiscono a uno Stato assente attuando una sorta di economia parallela, molto competitiva e che si accredita presso la popolazione come unica fonte certa di reddito. In Campania, inoltre, c’è il rischio concreto che le endemiche sacche di povertà e la ridotta possibilità di disporre di liquidità finanziaria possano ulteriormente rafforzare il ruolo delle organizzazioni criminali come welfare alternativo allo Stato e punto di riferimento sociale.

A una fascia di popolazione tendenzialmente più povera, secondo i parametri dell’Istat si aggiunge ora un’altra fascia, i nuovi poveri che subiscono gli effetti della crisi e del mancato rilancio. Escludendo reati gravissimi come gli omicidi e i fatti di camorra, le ultime statistiche descrivono una realtà territoriale in cui, in un anno, si arrivano a contare oltre 11mila truffe e frodi informatiche, 112 casi di riciclaggio, un centinaio di violazioni della proprietà intellettuale, 593 delitti informatici, un centinaio di violazioni in materia urbanistica. Alcuni sono reati che si dissolvono in processi lunghissimi definiti con un nulla di fatto e potrebbero essere quindi oggetto di una riforma della giustizia che alleggerisca il fardello legato a un eccesso di reati e pene. Ed è guardando a questo scenario che andrebbero ripensate norme e codici.