Il presupposto di ogni pensiero critico è dimostrare che la nostra società non è né “naturale” né “necessaria”. Poco più di un anno fa Ginevra Bompiani ha intrapreso un viaggio nel cuore di tenebra della nostra stessa civiltà: L’altra metà di Dio (Feltrinelli 2019), un saggio notevole di storia delle idee, mitografia, antropologia, psicanalisi, critica dell’economia politica, a partire da un rovello personale: la nostra civiltà, caratterizzata dal dominio maschile, dallo sfruttamento intensivo della natura, da un’ansia distruttiva e autodistruttiva, non è un destino. Esplorazioni archeologiche hanno scoperto le tracce di una civiltà matriarcale pacifica ed egualitaria che risale al paleolitico e che poi è stata cancellata. Ma in questa occasione mi interessa la seconda parte, dedicata alla punizione. Abbiamo già visto che Sciascia nelle sue innumerevoli riflessioni sulla giustizia e i giudici ha sempre in mente che la vendetta è la forma primitiva della giustizia.

Seguiamo allora il filo del ragionamento della Bompiani, di esplicita ispirazione foucaultiana. In particolare la scrittrice insiste su un punto: «La vendetta porta allo scoperto il piacere di fare del male impunemente», così come – del resto – avviene in guerra (e gli uomini quando hanno licenza di uccidere sembra proprio che tendano ad esagerare, annotava Simone Weil durante la Guerra Civile spagnola). Si pensi anche al conte di Montecristo, dopo la vendetta dovrebbe ricompensare chi gli ha fatto del bene, eppure indugia: «L’abitudine alla vendetta gli ha preso la mano?». Per questo motivo, continua Ginevra Bompiani «la Legge cerca di allontanare la vendetta dalla punizione, moltiplicando gli intermediari», separando l’offeso dal colpevole e consegnandolo a figure diverse, indifferenti, inemotive, quasi per farci dimenticare quella origine, quel gusto impuro della vendetta di cui perfino un dio prova rimorso. Il punto è che «nella vendetta c’è sempre un resto», dato che chi infligge un supplizio non riesce mai a trovare pace , nessuna punizione annulla il fatto compiuto. La vendetta è la negazione di ogni misura, e inutilmente la giustizia umana tenta di simulare questa misura. La bilancia non si raddrizza mai, neanche nella legge del taglione: «La mano tagliata al ladro non ha soltanto rubato. Con lei vengono soppressi anche i gesti quotidiani, le abitudini, le carezze, le abilità». La legge è solo ripetizione, però “lecita”, dello stesso atto trasgressivo.

Come sottolinea san Tommaso, sempre «si cerca una vendetta maggiore di quella dovuta». In un certo senso con la vendetta ci imbattiamo nel nucleo più intimo, misterioso e perverso, dell’ira umana. Secondo Gregorio Magno l’ira deriva dall’invidia, da quello stesso rodimento interiore, da quella ipertrofia dell’immaginazione: l’iracondo cercando ossessivamente un colpevole, che incarna la causa dell’ingiustizia subita ( e può esservi anche una ira giusta: Achille nell’Iliade), non lo trova mai veramente, dato che questi si svela come un fantasma, come il tentativo di trasferire il male fuori di noi. L’ira finisce nei sette vizi capitali del Purgatorio dantesco in quanto, benché nata dalla convinzione di un torto subito, diventa subito, come tutti gli altri, un sentimento dispotico e autodistruttivo, una ossessione che ci assorbe completamente.

Se nessuna pena può ricondurre allo stato precedente può farlo però – osserva Ginevra Bompiani – la cura del medico, che riporta il paziente allo stato di salute precedente, o anche la punizione come cura: Socrate nel Gorgia invita chi commette ingiustizia ad andare spontaneamente dal giudice, come si va dal medico: «La giusta pena è una cura a cui il colpevole si espone spontaneamente per essere guarito». E anche se questo stesso ragionamento porta san Tommaso a teorizzare la pena di morte in nome del bene comune: la cura è sempre volontaria e però anche obbligatoria. Infine, conclude Bompiani: l’unica perfezione perfetta sarebbe quella del capro espiatorio, il quale veniva scelto a caso (la colpa gli era addossata ritualmente), e il caso non fa errori, al contrario di qualsiasi scelta: in tal caso «il rapporto tra colpa e punizione diventa puro», innocente e, saltando ogni possibile legame tra castigato e castigatore, a quel punto si dissolve anche la ansia di vendetta.

Ora, se davvero la vendetta, mascherata da giustizia “oggettiva”, sempre ci prende la mano, come dimostra almeno un racconto stupendo di Kleis, Michele Kolaas, che fare? Dobbiamo eliminare la giustizia? No, certo, ma occorre sempre ricordare quella sua origine perversa,, maledetta e fuori controllo, perché solo tale memoria può imporci una qualche misura. E soprattutto, come osservò Sciascia, la giustizia deve essere amministrata non solo con equilibrio ma con una capacità di empatia, con uno spirito di immedesimazione. In una lettera a Pertini, alla quale non fu mai data risposta, Sciascia propose di far trascorrere a ogni futuro giudice tre giorni dentro un carcere! Il luogo più adatto per ricordarsi del nesso tra giustizia e vendetta.