Su queste pagine si è provato a dimostrare che il mondo economico seriamente supportato da una volontà popolare, può rappresentare una vera svolta a favore di un’azione concreta nei confronti della tutela dell’ambiente. Inoltre si è constatato che, in Italia, il contesto politico sovranista-popolare è il riferimento più importante per il mondo produttivo e per vaste fasce della popolazione nazionale. Ne deriva che la destra, nella sua principale identità costruita sul concetto di sovranità nazionale, non può più esimersi dall’esprimere il suo progetto sui cambiamenti climatici. Anche perché già è partito da tempo l’attacco del mondo progressista sulla inadeguatezza del mondo sovranista.

Conferma palese del ragionamento progressista sulla vocazione anti ambientalista delle destre, sono le posizioni anche dei sovranisti liberali (Trump) e dei sovranisti autoritari (Putin) che si sono schierati contro i maggiori tagli delle emissioni, facendo fallire clamorosamente la Cop 25 (la Conferenza sul clima di Madrid). La critica alla assenza di vocazione ambientalista delle destre fa una pericolosa ulteriore deduzione che mette in discussione il concetto stesso dello “stato nazionale”. Ad esempio il sociologo Mauro Magatti, ribadendo la natura globale del tema ambientale, ascrive alle forme di sovranità basate sullo “stato nazionale territorialmente delimitato” la difficoltà ad operare per l’ambiente. Insomma la struttura nazionale, per sua natura, non sarebbe adeguata per affrontare il problema ambiente. Poiché le nazioni esprimono interessi particolari potrebbe essere addirittura impossibile che operino per l’ambiente. Insomma «l’organizzazione di vita sociale planetaria(…) non dispone di piani istituzionali adeguati a governare le questioni comuni».

Sembra che il presupposto indispensabile per affrontare la crisi climatica sia l’abolizione della forma statuale della nazione. Un tale ragionamento non fa che acuire la contrapposizione tra le culture politiche a favore del concetto di nazione e quelle progressiste-global-universaliste. Soprattutto “giustifica” ancor di più il sospetto di alcuni Stati che, nella causa ambientalista, vedono il cavallo di Troia orscardinante i paradigmi identitari e tradizionali. Le politiche ambientali diventano un’ingerenza per gli Stati nazionali (si pensi, ad esempio, alla reazione di Bolsonaro nei confronti di Macron a proposito dell’Amazzonia). Nel dibattito si inserisce il fenomeno delle Sardine. Tutt’altro che buoni e umili. Figli del ceto medio borghese acculturato. Nella migliore tradizione progressista rivendicano la loro superiorità antropologica e culturale rispetto ai reazionari-conservatori-sovranisti-populisti e, naturalmente, ignoranti. Da un lato ci sono loro: giovani che non odiano, amano il progresso, sperano nel futuro, sono accoglienti e, ovviamente, amano l’ambiente. Dall’altro lato ci sono gli altri: sono i vecchi che odiano, rimpiangono il passato, non vogliono accogliere i migranti e ovviamente, nel migliore dei casi, non credono alla crisi ambientale. Altruisti contro egoisti. Progressisti contro sovranisti.

Quando però il mondo “arretrato”, come nel caso italiano sembra essere maggioritario, si palesa una clamorosa contraddizione nel mondo “evoluto” e democratico che nei fatti cessa di essere aperto alle sollecitazioni popolari e della società. Si esorcizzano le elezioni seppure ci si trovi in assenza di un qualsiasi progetto politico o, nel migliore dei casi, in uno stato di indecisionismo esasperato, pur di evitare il giudizio popolare. I cenacoli, politici e istituzionali, hanno sentenziato e aspettano che il popolo rinsavisca. Il passare del tempo, lo sbollimento della rabbia dovrebbero aiutare l’opera di normalizzazione, di restaurazione del buono contro la ribellione retrograda del popolo ignorante.