Viviamo su un confine molto labile tra il trionfo e la tragedia. Riusciamo a coccolare il nostro ego tra applausi spesso illusori, ma facciamo molta più fatica a misurare gli inciampi, le luci che si spengono all’improvviso, il disagio di non riuscire a dare un nome e un senso alle cose. A misurare lo stress degli italiani ci ha pensato il Report Benepsys, presentato nei giorni scorsi al Senato dal professor David Lazzari. I numeri sono tutt’altro che rassicuranti: quasi un italiano su due vive una condizione di disagio psicologico; il livello medio di stress percepito raggiunge 5,26 su una scala di 7 e, soprattutto, le richieste quotidiane superano stabilmente le risorse disponibili per affrontarle (+0,90 punti: 10,40 contro 9,50).

Secondo il Report, il 91% degli italiani ritiene che i problemi psicologici debbano essere affrontati senza vergogna, e l’89% considera l’assistenza psicologica un diritto pubblico da garantire come servizio accessibile. Tuttavia, solo il 17% dichiara di essersi rivolto a uno psicologo nell’ultimo anno, mentre il 9% riferisce di non aver potuto accedere al supporto per ragioni economiche. Le donne registrano livelli di stress significativamente più elevati rispetto agli uomini (5,37 contro 4,95), e la fascia più colpita è quella compresa tra i 31 e i 40 anni. In questi anni si sovrappongono lavoro, figli, cura dei genitori anziani, pressioni economiche e aspettative personali. Una concentrazione di responsabilità che finisce spesso per comprimere spazi, energie e capacità di recupero. I livelli medi di stress risultano inoltre più elevati nel Centro-Nord rispetto al Sud Italia, probabilmente per effetto dei ritmi lavorativi più intensi e del maggiore costo della vita. Una geografia dello stress che riflette, ancora una volta, le disuguaglianze territoriali del Paese.

Il Report parte da un dato che potrebbe sembrare semplice ma che è, in realtà, profondamente pragmatico: il benessere psicologico non può essere considerato una questione privata. È una componente strutturale del funzionamento umano, una vera e propria infrastruttura immateriale che influenza non solo la salute delle persone, ma anche la qualità delle relazioni sociali, la produttività e la tenuta delle comunità. In questo divario tra la velocità con cui cambiano i contesti e la capacità delle persone e dei sistemi di regolare, integrare e sostenere tali cambiamenti nel tempo, il rischio è quello di smarrirsi.

Anche il mondo del lavoro conferma questa tendenza. Secondo i dati Gallup 2026, soltanto l’11% dei lavoratori italiani si dichiara realmente coinvolto nel proprio lavoro; il 51% sperimenta livelli elevati di stress quotidiano e il 22% riferisce sentimenti di tristezza ricorrenti. Quattro lavoratori su dieci hanno vissuto almeno un problema di salute mentale legato all’attività professionale, mentre circa il 70% manifesta segnali di disimpegno. Un lavoratore su quattro ha utilizzato congedi o assenze per motivi psicologici.

Per il professor Lazzari, il punto non è creare un nuovo settore separato. È introdurre una funzione psicologica stabile nei luoghi in cui le fragilità si formano o si aggravano: scuole, servizi di base, luoghi di lavoro, sanità territoriale, comunità locali. Una rete psicologica di prossimità che non sostituisce la psicoterapia né i servizi specialistici, ma che li integra, li alleggerisce e consente di intercettare il disagio prima che diventi emergenza. Secondo la proposta di legge popolare depositata in Senato dall’associazione Pubblica, per garantire questi servizi servirebbero circa 3,3 miliardi di euro all’anno. Sono tanti? L’errore concettuale sta forse proprio nella domanda. Quanto costa non intervenire sulla povertà educativa, sull’abbandono scolastico, sul malessere dei lavoratori, sulla solitudine e sul disagio psicologico non trattato? Molto di più.

Per troppo tempo abbiamo considerato il benessere psicologico una questione privata, da affrontare individualmente e spesso in silenzio. Oggi sappiamo che non è così. Rischiamo di rimanere sospesi tra l’urlo di dolore di Munch e il viandante di Friedrich fermo davanti alla nebbia. Tra l’angoscia e l’incertezza. Ma è un’immobilità che non possiamo più permetterci.