Diecimila iscrizioni, duemilacinquecento posti tutti pieni: a prima vista la Leopolda 11 è un buon successo. Almeno per quanto riguarda il richiamo interno, quello degli ineffabili attivisti che da anni seguono Matteo Renzi con passione e fiducia. Non sempre “cieca”: in tanti durante le settimane più contrastate della crisi del governo Conte II, da metà gennaio e fino alla chiamata di Draghi, hanno vacillato. Lo sa Renzi, che da buon mattatore aprendo i lavori incita ad ammetterlo e vede qualche mano alzata a contare i “vacillanti”.

Acqua passata: quaranta tavoli di lavoro tematici (si va dalla giustizia ai diritti civili, dalle donne alla riforma urgente del reddito di cittadinanza) tutti pieni e una maratona oratoria dal palco che vede impegnati tutti i parlamentari. Maria Elena Boschi fa da coordinatrice, moderatrice, regista. Ed è sua l’immancabile gaffe: “ecco la responsabile giustizia del Partito Democratico”, dice accogliendo sul palco Lucia Annibali. È il lapsus collettivo di una comunità che dal Pd proviene quasi per intero.

La giustizia da riformare è al centro del sabato della Leopolda. Ne parla Lucia Annibali, l’avvocata che ha pagato sulla sua pelle il prezzo della violenza di genere. Poi il senatore Giuseppe Cucca, Davide Faraone, Lello Di Pietro. “Dobbiamo dire mille volte grazie a Renzi per aver permesso alla ministra Marta Cartabia di prendere il posto di Bonafede”, dice Cucca, che lo definisce “il peggior ministro guardasigilli di sempre”.

Ma adesso c’è il PNRR per cui combattere, il sistema-Paese ha bisogno di una urgente riforma amministrativa, del codice appalti, del sistema delle garanzie. Qui tra le mura della Leopolda aleggia il fantasma della fondazione Open, che è stata il motore delle prime edizioni e ora non c’è più, spazzata via da una inchiesta che la vuole dipingere come “forza politica” e non come fondazione culturale.

Eppure una cosa salta all’occhio: Leopolda rimane uno dei grandi appuntamenti della società civile. E i leopoldini qui presenti hanno tutti firmato i referendum sulla giustizia, sapendo che un argine allo strapotere della magistratura va messo in modo chiaro e fermo. Nel pomeriggio prenderà la parola, attesissimo, il presidente dell’unione delle Camere penali italiane, Giandomenico Caiazza.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.