Tregua in bilico e relazioni tra Ue e Usa
“L’Europa deve costruire una autonomia strategica”, parla l’ambasciatore Giampiero Massolo
“L’Europa non può più contare sul dividendo della pace. Occorre costruire una vera autonomia strategica”. È questa la tesi espressa dall’ambasciatore Giampiero Massolo, già direttore del DIS, segretario generale della Farnesina, diplomatico di lungo corso, ora vicepresidente di Mundys, sui principali nodi dello scenario internazionale.
Come vede l’evoluzione del rapporto transatlantico e come può reagire l’Europa a questa turbolenza?
«Credo che al di là delle recenti polemiche e spigolosità esso rimanga indispensabile per entrambe le parti. L’Europa ha bisogno degli Stati Uniti anche perché senza la presenza americana non esiste deterrenza credibile verso una Russia aggressiva. Ma anche Washington ha bisogno dell’Europa: le basi restano fondamentali per la proiezione strategica statunitense verso Golfo e Indo-Pacifico. L’Europa ha però perso tempo, confidando nel dividendo della pace e nella sicurezza garantita stabilmente e senza corrispettivo dagli Stati Uniti. Almeno dalla seconda amministrazione Obama in poi e ora con Trump è emerso che la sicurezza ha un costo a cui anche gli europei devono contribuire. La guerra in Ucraina ha evidenziato la necessità di una maggiore autonomia strategica e di un rafforzamento militare europeo ormai ineludibile. Il vincolo transatlantico resta forte, ma l’Europa deve diventare più responsabile e meno dipendente dagli USA sotto il profilo della difesa per affrontare le sfide del futuro».
Come vede l’evoluzione dello scontro tra Stati Uniti e Iran?
«Tra Stati Uniti e Iran c’è sfiducia profonda. Entrambi pensano di avere il coltello dalla loro. Teheran crede che il blocco di Hormuz costringerà Trump a negoziare; Trump ritiene che il controblocco possa colpire le esportazioni iraniane e costringere il regime a cedere. Trump però ha meno tempo in quanto è ormai pressato sul piano interno dall’instabilità dei mercati e dagli effetti che il caro benzina ha prodotto sul ceto medio. La sua base elettorale si sta spazientendo. Un problema ancora più marcato in vista delle elezioni di midterm di novembre 2026. In Iran c’è invece una divisione tra chi vorrebbe trattare e chi, come I Pasdaran e i componenti dell’apparato militare-industriale, vuole resistere».
Quale è la strategia di chi a Teheran vuole continuare il conflitto?
«Da una parte c’è il tentativo di trasformare il blocco di Hormuz in una leva economica contro gli Stati Uniti, facendo salire i costi energetici e politici per Washington. E poi anche in una fonte con i pedaggi. Dall’altra parte c’è la volontà di protrarre il conflitto: tra pochi giorni Trump dovrà essere autorizzato dal Congresso a proseguire la guerra. Sperano che diventi più flessibile».
Come vede il quadro dei negoziati?
«Sono possibili, anche grazie alla mediazione pakistana e all’ombra cinese, ma partono da posizioni difficili e incompatibili. L’Iran vuole il controllo di Hormuz e il risarcimento dei danni di guerra; gli Stati Uniti vogliono uno Stretto di Hormuz libero e la rinuncia iraniana all’arricchimento nucleare. Delle rigidità che rischiano di rendere probabile un fallimento degli stessi negoziati».
Ed in questo caso?
«Se fallissero, ci troveremmo a doverci confrontare con un’escalation prima aerea E navale per fiaccare ulteriormente le capacità iraniane di retaliation nella regione. Poi, se questo avesse successo, potrebbero essere prese in considerazione iniziative terrestri limitate su aree chiave come il terminale di Kharg, le isole dello stretto, le coste meridionali dell’Iran all’imbocco di Hormuz. Soluzioni facili non ce ne sono. Gli Stati Uniti hanno interesse a uscire dallo stallo. Anche l’Iran, ma se si ritiene in vantaggio potrebbe tirarla per le lunghe».
Recentemente ha parlato della necessità per l’Europa e l’Italia di un multiallineamento. Cosa intende?
«Vorrei fare una precisazione: il rapporto transatlantico resta insostituibile, ma non esclude autonomia europea e rapporti non preclusivi con altre aree del mondo. Ciò non significa indipendenza dagli Stati Uniti. Significa fare di più da soli sulla sicurezza e sul vicinato. L’Europa deve diventare fornitrice, non solo consumatrice, della sicurezza comune. La necessità di un multiallineamento significa pertanto mantenere il rapporto con gli Stati Uniti, rafforzando però l’Europa e la sua capacità di dialogare con India, Sud-est asiatico, Giappone, Corea del sud, Australia e anche Cina. Anche se ciò deve essere fatto con la consapevolezza che in questi rapporti la sicurezza deve sempre prevalere sulla convenienza. Una valutazione che in passato con riguardo alla Cina è stata talvolta ignorata: si può fare, ma con cautela».
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