L’Isis è sconfitta ma non è morta. Due giorni fa questa considerazione, per troppo tempo patrimonio solo degli addetti ai lavori, è ritornata a essere centrale nell’opinione pubblica italiana. A farne drammaticamente le spese sono stati cinque militari italiani, tre incursori dell’Esercito del reggimento Col Moschin e due del reggimento Comsubin della Marina, che sono stati investiti da una violenta esplosione di un ordigno preparato proprio dai miliziani dell’Isis. I nostri militari si trovavano nei pressi di Kirkuk, nell’area del Kurdistan irakeno, insieme a un contingente di Peshmerga Kurdi, che stavano affiancando in un addestramento sul campo, “mentoring” viene definito, per le azioni di contrasto e prevenzione del terrorismo. Per tre di loro le lesioni sono state gravi e, pur non rischiando la vita, hanno dovuto subire importanti interventi che ne cambieranno l’esistenza.

Al coro unanime e doveroso di vicinanza e solidarietà alle vittime dell’attentato, che ci ricorda anche le migliaia di militari italiani impegnati su molti fronti in operazioni di stabilizzazione e di addestramento delle forze locali, va associata anche una riflessione che ci consenta di vedere meglio quello che sta accadendo in quella tormentata area del mondo e quanto ciò ci riguardi da vicino.

LEGGI ANCHE – Isis rivendica attentato a militari italiani: “Vendetta contro i crociati”

Una immediata considerazione è l’anomalia di un attacco in un’area in cui non c’erano stati in precedenza attacchi di questa natura e il fatto che le vittime siano italiane, oltre ai Peshmerga coinvolti. Si tratta molto probabilmente di un gesto che può essere visto come un rilancio delle attività terroristiche, dopo la morte del fondatore dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi e l’insediamento del nuovo leader, il semi sconosciuto Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qureshi. È proprio la morte di Baghdadi, che si supponeva nascosto in Irak e che invece si nascondeva a Berisha, un piccolo villaggio siriano al confine con la Turchia, che ci porta in quella zona del pianeta dove si sta consumando una delle maggiori infamie che si siamo viste da anni.

Come fare a non collegare la ripresa delle attività terroristiche dell’Isis con l’invasione turca del nord della Siria? È davanti ai nostri occhi il tradimento di un popolo che ha combattuto, anche per noi, e continua a combattere la minaccia del terrorismo islamista, sia sul campo di battaglia che sul piano culturale, portando avanti un esperimento di società democratica e laica, unico in tutto quel quadrante. Quanto sono i combattenti dell’Isis che sono fuggiti dai campi sotto il controllo delle milizie Kurde dello YPG? Quanti di loro sono nuovamente attivi, in Siria certamente, ma anche in Irak e fino ad arrivare alle zone del Sahel? Quello che è sicuro, quindi, è che le attività terroristiche dell’Isis rappresentino una minaccia concreta, tanto in quei territori quanto contro di noi, a partire dai nostri soldati. È necessario che il discorso pubblico si sposti su questi temi e che si dedichi la necessaria attenzione ai veri temi della sicurezza e non alle suggestioni securitarie della narrazione sui migranti. Stare vicino ai nostri soldati significa anche questo: comprendere i fenomeni; agire con coraggio a sostegno di chi ha combattuto per noi; dismettere la propaganda e unire il Paese per respingere le vere minacce che abbiamo di fronte.

LEGGI ANCHE – Come stanno i cinque militari italiani feriti: due le amputazioni

Gennaro Migliore