Farà anche parte del gioco, ma vedere capipopolo e politici nostrani accapigliarsi riguardo alla matrice sovranista o socialdemocratica dei “nemici” che hanno ostacolato l’accordo sul Recovery Fund è proprio irritante. Come se sul tavolo del Consiglio Europeo ci fossero solo i problemi italiani e il loro riflesso sulla nostra politica. È che da tempo siamo abituati a guardarci l’ombelico considerandoci al centro del mondo. Non è mica così. I cosiddetti Paesi “frugali” non ce l’hanno con l’Italia per partito preso.

L’Olanda, con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, ha avviato un nuovo corso della sua diplomazia volto ad evitare sviluppi federali o comunque proto-federali incentrati sull’asse Germania-Francia, e per questo si è creata una sua mini-coalizione moderatamente euroscettica in difesa degli sconti ai contributi, i famosi rebates, e di condizioni di spesa severe. Ovviamente, le considerazioni del premier Mark Rutte sono anche di politica interna, vista l’imminenza di elezioni nelle quali il suo partito dovrà difendersi dall’arrembaggio populista anti-Ue. Ora, l’Italia è l’unico Paese tra i 27 dell’Unione a non aver ancora presentato un piano nazionale di riforme per il 2020. Né ha detto cosa farà con le sovvenzioni e i prestiti del Recovery Fund, condizionati a precise riforme, appunto. Per di più, lo stato della sua economia dopo la valanga Covid è peggiore, e di molto, di quello delle economie dei partner. E il motivo di un divario che pare una voragine è da ricercare solo in parte nel lungo e drastico lockdown che ha impedito guai peggiori nell’emergenza sanitaria. C’è anche il pregresso: il costante rinvio di riforme strutturali ha creato rigidità e ingorghi di cui quello fiscale delle 264 scadenze di questi giorni è un buon (orribile) esempio. Cose che certo non incoraggiano gli investimenti e quindi la crescita. È difficile dar torto a chi, coerentemente con la sua agenda diplomatica e politica, non si fida più di tanto della volontà di Roma di procedere seriamente nel rimuovere gli intralci alla ripresa, e vuole esercitare un ragionevole controllo sui finanziamenti comuni per la ripresa stessa.

La verità è che il nostro Paese sembra sempre più «il malato d’Europa», come nota l’Intelligence Unit dell’Economist. Gli analisti del gruppo editoriale britannico sottolineano come nel terzo trimestre di quest’anno la ricchezza nazionale dell’Italia sarà appena ai livelli registrati nel 1997. Significa aver cancellato 23 anni di crescita. E solo nel settembre del 2024 si tornerà dove eravamo prima del Covid. Sempre meglio, tra l’altro delle stime di Prometeia – secondo cui prima del 2025 non se ne parla nemmeno. Lo studio targato Economist, in particolare, cita il crollo del turismo e la «mancanza di spazio fiscale per dare sufficiente spinta all’economia», tra le cause dei nostri guai. Governo e Parlamento, è il caso di ricordare, hanno già approvato due scostamenti di bilancio pari rispettivamente a 20 e a 55 miliardi. E si sta lavorando a un nuovo scarto di 18-20 miliardi. «L’Italia era una questione spinosa per l’Ue da prima che scoppiasse la pandemia, dato il suo alto livello di indebitamento» secondo il documento che prevede un inasprirsi delle tensioni politiche nel Paese, a rendere ancor più ardua la rimonta.

Per contestualizzare, tra i membri del G7 e i Paesi Brics a cui è dedicato lo studio, solo il Giappone e la Russia elimineranno l’effetto coronavirus sulle loro economie qualche mese dopo l’Italia. Ma nessuno, proprio nessuno avrà fatto un salto all’indietro pari al nostro, nel 2020: Giappone e Russia nel terzo trimestre torneranno ai livelli del 2012; gli Stati Uniti a quelli del 2017: la Gran Bretagna a quelli del 2016, come la Germania. Che già all’inizio del 2023 ricomincerà a crescere. La Cina, invece nemmeno entrerà in recessione. Una grande, enorme eccezione. Mentre l’Italia, tra i Paesi del G7 è soltanto un’anomalia. L’anomalia di un Paese senza riforme. Speriamo solo che la scossa di questa crisi sia il catalizzatore di una svolta riformista. Altro che dar la colpa all’Olanda.