«In giugno è prematuro, in luglio aspetta ancora, in agosto è tempo, in settembre ricorda, in ottobre finito tutto»: non sappiamo se questo proverbio di marinai che Malcolm Lowry, l’indimenticabile autore di Sotto il vulcano, uno dei testi capitali del Novecento, volle mettere in esergo al suo libro di poesie, L’urlo del mare e il buio (Crocetti, pp. 187, a cura di Earle Birney e Massimo Bacigalupo, traduzione, aggiornata, di Francesco Vizioli, 18 euro), fosse stato in realtà composto da lui stesso: in ogni caso l’immagine di un’occasione che fugge e passa nel fulgore estivo davanti ai nostri occhi, senza forse nemmeno darci modo di sfruttarla appieno come vorremmo, riassume bene la vita di questo davvero grande scrittore, nato a Liverpool nel 1909 da una famiglia di ricchi mercanti e morto soffocato durante il sonno nel Sussex, a soli quarantotto anni.

Nelle fotografie continua a sorridere, alla maniera di un capitano degradato, con gli occhi azzurro intenso come gli oceani che tanto privilegiava quali simboli di una bellezza inattingibile. Studiò a Cambridge, ma presto prese il volo: navigò nei mari di mezzo mondo, abitò a Cuernavaca, Messico e Vancouver, Canada, anche New York (ricoverato al Bellevue Hospital, sull’East River, per alcolismo: da tale esperienza nacque il capolavoro Caustico lunare), lasciando in quei luoghi segni indelebili dei suoi passaggi, ancora percepibili, fra lapidi e pagine, soltanto dagli spiriti a lui consanguinei. Due furono le donne che amò con passione monogamica, simile a quella dei colombi: Jan Gabrial, sposata da ragazzo a Parigi, e Margerie Bonner, fedele custode della sua memoria.

Tutta l’opera di Malcolm Lowry, profondamente legata a quelle, supreme, di Herman Melville e Joseph Conrad (come quest’ultimo dormiva “abbrancato a una vela!”), dei quali potremmo anzi dire che Lowry incarnò l’essenza lirica, appare come un gigantesco frammento non ricomposto e, chissà, forse nemmeno ricomponibile, alla maniera della Pietà Rondanini di Michelangelo. Il lavoro del tempo sulla carne dell’uomo. Scrivere intagliando il nome sul tronco dell’albero per segnare la nostra presenza nella foresta: i ragazzi che in futuro vi transiteranno c’è da sperare si domandino chi fummo. Ecco perché le sue poesie, che sembrano rubate dalla prosa, come oro raschiato via dal tessuto, possono rappresentare il sentiero ideale per cominciare a conoscerlo: magmatiche e tuttavia sempre luminose, fiaccole accese nell’oscurità, una loro parte venne pubblicata per la prima volta da Lawrence Ferlinghetti nel 1962, il quale, da vero intenditore, dimostrò di comprendere assai bene il carattere di Lowry quando lo accostò a Dylan Thomas, “che anche bevve e vide il ragno.”

La lucidità in questo scrittore è sempre residua, pronta a brillare all’improvviso come uno scorpione sorpreso sul cornicione. Altrimenti non sarebbe riuscito a trovare l’energia necessaria a tracciare il proprio Epitaffio: “Malcolm Lowry / già della Bowery (quartiere di Manhattan frequentato da alcolizzati e vagabondi) / scrisse fiorito / talora incanaglito / visse di notte, di giorno bevve, / morì suonando l’ukelele.” Cosa intendeva con “scrittura fiorita?” Facciamo solo qualche esempio. “Ecco la nave, ha i ponti di un bianco sacro… / La sporcizia è nascosta dietro gli argani, / i detriti sono gettati a mare a notte fonda.” Qui non bisogna baloccarsi troppo. Il vascello in procinto di prendere il largo, “traghetto che scoppietta… / con voce di gallo rauco soffocata da tubi sporchi…”, non è altro che la nostra medesima esistenza lanciata a picco nel vuoto. “Where are we going? Life save us all” (“E dove andiamo? Che la vita ci salvi tutti).

Basta riflettere su queste citazioni per rendersi conto del rovesciamento prospettico che ci viene offerto: sospendiamo l’illusione del porto come salvezza (“Il faro invita la tempesta e la illumina”, che, stando a quanto dichiara Earle Birney, doveva essere il titolo originario), restiamo pure dentro i nostri errori (“Anche Colombo pensava che Cuba fosse sul continente”), “nei giorni come ruggine martellata via dai ponti”, nelle solitudini mai rancorose delle domeniche mattine trascorse ai Tropici, sotto le pensiline coi resti di “un breakfast di rum scadente…”, sperando solo nel prossimo bicchiere, “intessendo il miraggio dell’osteria suprema, / dove potremo bere per sempre, e anche per nulla, con l’uscio aperto, e il vento che sussurra.” Come assomiglia questa “osteria suprema” alla dolce, meravigliosa avventura che Dante suggerisce a Guido nell’immortale sonetto: “…io vorrei che tu, Lapo ed io / fossimo soggetti ad un incantesimo / e posti su un vascello, che ad ogni soffio di vento / andasse lungo il mare secondo il nostro volere”! E noi sappiamo quanto la Divina Commedia abbia lavorato internamente nell’ispirazione di Malcolm Lowry, fino a dettargli i suoi romanzi incompiuti, le sue splendide rovine.

C’è peraltro in lui un cristianesimo a testa in giù, che torna cocciuto quasi a ogni verso, temerario e commovente, fracassato come il crocefisso che egli immagina penzolare, simile a un ciondolo, fra due se stessi. In certe vecchie chiese messicane, dove ubriaco di tequila andava a pregare mischiato agli ultimi peones, spunta fuori chiaramente: “Oh devastato dall’uomo ma ucciso dall’umanità, / predicatore di pace, e pur di fuoco e fiamme / giustificatore vicario, settanta volte sette…”, anche se i risultati più forti in questa prospettiva scaturiscono dalle descrizioni dei paesaggi marini, fra “azzurre montagne nevose, lune gibbose, gabbiani che inseguono motoscafi controvento, alberi dai rami piantati come radici in cielo, rondini che sfrecciano all’indietro”, poco prima che la tua compagna (“my love”) torni a casa “on the four o’ clock bus” (“con l’autobus delle quattro”). Lì, come in un quadro di Turner, poteva esprimere la sua voce autentica. Al termine di una giornata felice, smarrito e sconsolato, ti chiedi: “Dio, perché mai donasti proprio a noi tutto questo?”