Quante volte ci hanno detto, sorridendo con sarcasmo, che il Mezzogiorno è incapace di impegnare e spendere le risorse messe a disposizione dall’Europa? E che non sa approfittare delle opportunità dei fondi europei per porre mano al serio dissesto ambientale che lo distingue, alla ridotta messa in sicurezza del territorio, alla critica manutenzione di strade, autostrade e ferrovie?
Si può ben dire che da decenni il tema è vivo nell’attenzione di chi si occupa di politiche di sviluppo, diventando un leit motiv per giornali e social media. Non senza ragione, dal momento che il quadro di valutazione dei trasporti dell’Unione europea indica un livello di qualità delle infrastrutture italiane inferiore alla media. Tanto che la Commissione europea si è vista costretta a concedere all’Italia un ammontare di flessibilità pari allo 0,18% del pil per un programma di manutenzione straordinaria per la rete viaria e un piano di prevenzione volto a limitare i rischi idrogeologici.

Insomma c’era – e c’è – più di un buon motivo per cambiare passo, migliorando nettamente qualità e congruenza dei progetti alle attese del Recovery Fund. Ed è su queste criticità che interviene il Piano “1.000 infrastrutture da manutenere”, promosso da quattro distretti tecnologici tra i più all’avanguardia in Italia, esempio virtuoso di cosa si può ottenere con la piena collaborazione tra scienza, università, impresa e istituzioni, anche in termini di ricadute positive derivanti dalla messa a sistema delle energie più qualificate di cui disponiamo come Paese. I soggetti promotori sono quattro, due hanno radicamento nel Mezzogiorno che vale e che raggiunge traguardi di eccellenza nella ricerca e nella tecnologia.

Si tratta del Distretto aerospaziale della Campania (Dac) e del Tern della Basilicata, affiancati dal Siit per la Liguria e dal Torino Wireless per il Piemonte, con l’aggiunta di due istituti di ricerca affermati come l’Istituto italiano di tecnologia di Genova e la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Oltre 60 partner nel progetto, in gran parte soci dei soggetti promotori. Si va da Politecnico di Torino, Università di Genova, Politecnico di Milano, quattro Università della Campania e ReLuis in Basilicata a consorzi di ricerca (Cnr, Enea, Cira), passando per grandi aziende (Leonardo, Fincantieri, gruppo Ferrovie dello Stato, Rfi, Italferr, Anas, gruppo Gavio, Hitachi Rail, Rina, Engineering, Ericsson). Sono state inoltre coinvolte anche una cinquantina di piccole medie imprese dell’alta tecnologia, spin off universitarie e start-up. Vi partecipa anche il Distretto Stress, il primo ad alta tecnologia dedicato alle tecnologie innovative e all’avanguardia nel campo delle costruzioni sostenibili per le città del futuro.

Nasce così il pacchetto progettuale che allinea iniziative per 476 milioni di euro, con lo scopo di sviluppare una piattaforma tecnologica innovativa per il monitoraggio periodico e continuativo della stabilità delle infrastrutture (ponti, viadotti e gallerie) mediante sistemi integrati multisensori e telerilevamento. «È un piano altamente innovativo – sottolinea il presidente del Dac Luigi Carrino, di recente nominato coordinatore dei Distretti tecnologici italiani – perché, per la prima volta in assoluto, si osservano le grandi infrastrutture nazionali integrando tre diversi livelli di indagine: l’osservazione dallo spazio con i satelliti, l’analisi dello stato delle struttura con i droni, quella a terra realizzata con i robot e i sensori». Una importante massa di dati che perviene a un sistema di intelligenza artificiale per fornire infine un’informazione unica in grado di fungere da driver per chi ha la responsabilità di tenere sotto controllo il patrimonio nazionale di infrastrutture e operare per renderle efficienti e sicure.

Si stima tuttavia che l’operazione “1000 infrastrutture” potrà determinare l’impiego di alcune centinaia di nuove assunzioni, con una forte concentrazione di attività al Sud, già nel breve periodo. Senza dimenticare le ricadute, in termini di diversificazione delle applicazioni e soluzioni tecnologiche adottate, che possono essere estese ad altri ambiti quali la protezione, per esempio, di reti elettriche, idriche, del gas, nonché di basi militari, aeroporti, in ottica di prevenzione di gravi attentati, controllo di situazioni di rischio idro-geologico, protezione delle aree di tutela ambientale. «Si tratta di una progettualità che ha riscontrato l’interesse di governi regionali del Sud – conclude il presidente Carrino – come Basilicata e Campania, perché non sviluppa soltanto nuove soluzioni tecnologiche ma realizza una struttura integrata avanzata al servizio della manutenzione, migliorando nettamente l’attrattività dei nostri territori per lo sviluppo di nuovi insediamenti produttivi».